mary mazzilli

A colloquio con Mary Mazzilli

Con una laura in danza dal college Bretton Hall, Università di Leeds. Annarita Mazzilli ha continuato a studiare ottenendo un diploma nazionale superiore (HND) in Performance di danza presso la Scuola scozzese di Danza Contemporanea, Dundee College. Nel 2006 divenne membro della compagnia di danza Transitions (il gruppo prestazioni del Laban Centre) e nel mese di aprile 2007 ha completato il suo Master in Performance di danza presso il Laban Centre, City of London University. Durante la sua formazione Annarita ha lavorato con Janet Smith, Thomas Small, David Hughes e Jane Mason. Si è esibita ampiamente a una serie di eventi e luoghi, tra cui ‘Body-words’ (2009) e ‘Dialogues’ (2007) Festival Internazionale di San Pietroburgo, Resolutions (2007-corrente), Choreodrome (2005), Dansopolis Danza Comunità Festival (2004). Annarita Mazzilli e’ stato membro della compagnia di Danza MK Dance Theatre Company (Austria). Attualmente è un artista associato di Dance Physics e La Strada Fashion Circus.

Annarita Mazzilli è coinvolta in progetti di danza a Londra. Attualmente sta lavorando come coreografa e regista di movimento per la compagnia di teatro Lumenis. I suoi ultimi pezzi di danza Casa e ‘I thought I loved you but it was just how you looked in the light’ sono stati presentati in vari teatri e spazi di londra, tra cui l’Arena O2 nel mese di aprile 2011 come parte di La Strada Moda Circo evento. Insegna anche danza a professionisti e non professionisti in Gran Bretagna. Le organizzazioni con cui attualmente sta lavorando sono: Central School of Ballet, Birbeck University ed è cordinatrice del settore di–Performing Arts per Tower Hamlets Council- Lifelong Long Learning (Londra). 



Quando hai iniziato a sviluppare una passione per la danza?

Ho iniziato lezioni di danza classica quando avevo 10 anni ed ho rapidamente sviluppato una passione. Sono sempre stata molto brava a comunicare attraverso il movimento, il disegno e la pittura. Da bambina i miei genitori dicevano che sarei diventata un ballerina perche’ non potevo stare mai ferma e mi divertivo ad intrattenere tutti con dei brevi balletti! Ho studiato arte presso l’Istituto Statale D’Arte di Bari e ha preso lezioni di Balletto, danza moderna / jazz e contemporanea ogni pomeriggio. Quando avevo 16 anni ho frequentato una scuola estiva della Royal Academy of Dance di Londra, dove ci hanno portato a vedere una rappresentazione di Giselle al Royal Opera House. Questa esperienza ha fatto un’impressione molto forte su di me e sapevo che dovevo fare quello che potevo per diventare una ballerina professionista e trasferirmi a Londra. 



Parlaci della tua coreografia – CASA

E’ un saggio di danza teatrale con elementi di improvvisazione strutturata. Il lavoro esplora i temi di identità culturale e di alienazione personale pur vivendo in una cultura globale. La coreografia illustra come interrelazione umana, senso della comunità e la solitudine sono parte della lotta quotidiana per adattarsi e sopravivvere nella societa` moderna. 
Il pezzo è un collage di immagini fisse e bozzetti stilizzati ispirati da situazioni tipiche della vita quotidiana, come quella di una folla di persone in un luogo pubblico. Mentre il pezzo si sviluppa, i personaggi che indossano grandi cappotti pesanti prendono vita e interagiscono tra loro. I temi universali di un senso di appartenenza e ciò che rende una casa luogo sono esplorate anche se ogni personaggio è nel loro viaggio personale. 



Quando e dove hai rappresentato Casa?

Casa è stata in scena al Teatro del Popolo di Camden come parte del Fringe Festival 2010 Camden e successivamente al The Blue Elephant Theatre, Kennington nel maggio 2011. 
Casa ha dimostrato di essere un pezzo che funziona con altrettanto successo in spazi esterni al di fuori del teatro. Sezioni del pezzo sono state eseguite presso lo spazio in Docklands di Londra (2009), Victoria Train Station (2010), Bexleyheath Centro Commerciale (2010 Festival BigDance), e St Pancras International (2011 evento organizzato da Scenepool). 
Il saggio verra` presentato presso il Kings Head Theatre, Islington entro la fine dell’anno. 


Come ha risposto il pubblico a Casa?

Molte persone hanno provato una forte esperienza, riuscendo ad identificarsi con i deversi personaggi e provando il senso di isolamento e di lotta espresso metaforicamente attraverso l’utilizzo di cappotti. London Dance ha riportato: “Cinque dei sei ballerini indossano pesanti cappotti di lana, che Mazzilli usa sapientemente per suggerire e simboleggiare i vari aspetti del essere umano e della sua situazione nel mondo.” l’immagine evidente visiva di ballerini in cappotti alludende all’imagine di pendolari che si recano a lavoro. Questo da allo spettatore l’illusione di guardarsi in uno specchio, e vedere se stessi e elementi della loro loro vita quotidiana. 
 Parlaci del processo coreografico.

Come fa a trasformare idee in movimento?

Di solito inizio con un’immagine. Poi esploro questa immagine attraverso giochi e improvvisazioni creative nello studio di danza finché non raggiungo una notevole quantità di materiale interessante per creare un pezzo. Tutti gli aspetti della narrazione si sviluppano e diventano evidenti durante questo processo. Il mio lavoro si avvale di improvvisazione strutturata non solo nel processo di lavorazione, ma anche sul palco, questo mostra la collaborazione tra me ei miei ballerini. Io valuto` con fermezza la creatività artistica ‘e la personalità dei miei ballerini e ogni volta che il pezzo viene eseguito o viene messo in scena in una locazione diversa mi piace dare loro la libertà di esplorare e rispondere a ciò che li circonda entro i confini della struttura coreografica. A causa di questo durante il processo coreografica, un bel po ‘di tempo è speso per sviluppare fiducia reciproca e comprensione tra me e il gruppo con cui sto lavorando. 
Come avviene il processo di interpretazione? 
Di solito a causa della natura flessibile del mio processo artistico, il lavoro può essere facilmente eseguito anche al di fuori delle mura del teatro. In particolare mi piace coreografie e strutturare il mio lavoro in sezioni (scene) che anche se eseguite in un ordine diverso e in luoghi diversi conserva l’integrità del suo intento coreografico ma apre possibilita’ per diverse interpretazioni. 
 


C’è un tema ricorrente nel tuo lavoro?

Sono sempre stata interessata alla interazione umana e ho esplorato temi legati alla identità culturale e di integrazione all’interno di una società e le sfide che affrontano le persone che si trovano a dover fare una nuova vita in una nuova cultura. Questo è strettamente legato alla mia esperienza personale di trasferirsi in Inghilterra 12 anni e alla pressione come artista di far si` che la propria ‘voce’ venga sentita nella super-società delle città multiculturali di oggi. Interrelazioni umane, senso della comunità, l’amicizia, la famiglia e la solitudine sono tutti temi importanti nel mio lavoro. 
 


Chi è il tuo coreografo preferito?

E’ la coreografa tedesca Pina Bausch è stata una grande influenza su di me. E ‘stata responsabile dello sviluppo dello stile Tanztheater che porta elementi di non-danza nelle sue opere. Ha lavorato molto con l’uso della voce ed elementi multimediali, e con artisti formati in diverse discipline al di fuori della danza come musicisti e attori, contraddicendo la visione piu` conosciuta su ciò che costituisce la danza. Un aspetto importante del suo lavoro è stato anche l’uso di oggetti inanimati come un modo di trasmettere idee. Un noto esempio di questo è nella sua versione della Sagra della Primavera, in cui i ballerini si esibiscono a piedi nudi su un palco ricoperto di terreno. Ho interpretato questo come un tentativo di creare una connessione tra il mondo esterno e il mondo astratto della danza. 



Come si ottiene questo ‘collegamento’ nel tuo lavoro?

Per il saggio Casa ho utilizzato i cappotti. Nel mio lavoro più recente ‘Pensavo di amarti ma era come ti guardava la luce’, una camicia da uomo rappresenta la rottura del rapporto tra due persone.


Quali sono le sfide affrontate da un coreografo in questi giorni?

Ovviamente il problema principale per i coreografi è trovare un adeguato finanziamento per i loro progetti. Finanziatori potrebbero essere riluttanti a investire in piccola produzione di nuovi progetti di danza dove la promessa di un ritorno del loro investimento può essere poco o nulla, quindi di solito quelli di noi che vogliono mettere il proprio lavoro sul palcoscenico spesso sono costretti a finanziare se stessi. Come nel Fringe di Londra, anche la danza ha un budget ridotto e ballerini e coreografi spesso fanno molte ore di lavoro non retribuito per farsi conoscere. La danza contemporanea è più popolare che mai oggi, quindi c’ è più competizione. 


Qual è il suo prossimo sogno?

Avere una delle mie coreografie eseguite al teatro Sadlers ‘Wells di Londra o alla piazza Trafalgar Square, a viaggiare per trovare ulteriore ispirazione per il mio lavoro. 
 Qual è il suo messaggio ai giovani in giro per il mondo alla ricerca di se stessi? Esplorare, condividere, ascoltare, imparare, essere orgogliosi dei propri sogni e origini, ma rispettare e valorizzare le persone e le culture che incontreranno. Non si può mai smettere di imparare e di ogni esperienza nella vostra vita si forma la persona che c’e` in noi.


book fair tokyo

Tokyo International Book Fair 2011

Partecipazione dell’IIC di Tokyo

21 luglio 2011

Anche quest’anno, da giovedì 7 a domenica 10 luglio, l’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo ha partecipato con un proprio stand alla Tokyo International Book Fair, il più significativo appuntamento dell’editoria internazionale in Giappone e la più importante fiera internazionale del libro dell’area asiatica.

Giunta alla 18esima edizione, con circa 1.000 stand, la fiera del libro di Tokyo è stata visitata quest’anno da circa 75.000 persone. Durante la cerimonia di inaugurazione, il padiglione italiano è stato visitato dal Principe e dalla Principessa imperiali Akishino, ai quali il Direttore Umberto Donati ha mostrato alcuni libri in esposizione e ha fatto omaggio di una copia de “Il Visitatore”, il libro di Vittorio Volpi dedicato alla figura di Alessandro Valignano, Visitatore Apostolico in Asia, tradotto in giapponese a cura dell’Istituto.

Lo stand italiano, i cui costi di affitto e di realizzazione sono stati interamente sostenuti dall’IIC, ha presentato circa 280 pubblicazioni di 28 case editrici italiane a cui si devono aggiungere i cinque finalisti del premio Strega 2011 e i 20 vincitori del Premio Andersen. In esposizione, oltre ai libri per adulti, una sezione intera dedicata al libro per l’infanzia che, in Giappone, costituisce una fetta importante del mercato librario nazionale e al momento rappresenta il settore più fiorente per quanto riguarda le opere straniere.

Al padiglione italiano erano presenti anche i rappresentanti di alcune case editrici che, attraverso gli incontri e gli appuntamenti fissati, hanno aperto trattative promettenti per la vendita dei diritti di alcune opere. In questa direzione si è mosso con un certo successo anche l’IIC Tokyo che, in collaborazione con alcune case editrici (Einaudi, Fandango, Maurispagnol, Minimumfax, Mondadori) ha promosso la conoscenza della giovane narrativa contemporanea per la traduzione in giapponese. Un primo risultato in questo senso è già stato raggiunto: il romanzo Otranto di Cotroneo edito da Mondadori è già stato opzionato da un’agenzia giapponese. Per gli altri sono in corso contatti.

I visitatori dello stand dell’Istituto sono stati complessivamente circa 10.000, tra specialisti e operatori del settore (non solo giapponesi ma anche di altri paesi asiatici quali Cina, Malesia, Corea, e Taiwan) e pubblico qualificato. Inoltre lo stand italiano, che per valutazione degli organizzatori è stato uno dei più visitati tra quelli dei paesi ospiti, ha anche predisposto la vendita diretta di alcuni titoli, un servizio (in collaborazione con la libreria specializzata in testi italiani Italia Shobo) non offerto dagli altri paesi europei presenti e molto apprezzato dai lettori.

L’Istituto partecipa alla Tokyo International Book Fair per la quinta volta e, la risposta dei singoli Editori, sia italiani che giapponesi, è cresciuta in risultati tangibili ogni anno. A titolo d’esempio si cita il caso di Atlantyca (detentrice tra l’altro dei diritti del best e long seller Geronimo Stilton, la celebre serie di romanzi per i ragazzi) che nell’anno 2010 ha utilizzato i servizi messi a disposizione dall’Istituto con risultati estremamente lusinghieri, tanto da versare un contributo pur di essere rappresentata dallo stand approntato dall’IIC Tokyo. Se anche quest’anno i risultati saranno altrettanto lusinghieri si ritiene opportuno di percorrere questa strada (sponsorizzazioni e sostegno finanziario dagli editori) per abbattere gli onerosi costi di realizzazione di tale iniziativa, anche di fornte all’inspiegabile, in quanto le nostre richieste sono rimaste senza risposta, mancanza di collaborazione da parte delle associazioni di settore, fatti salvi il Premio Andersen e il Premio Strega (che ha, tra l’altro, nell’IIC uno dei circoli di lettura che contribuisce alla selezione della cinquina).


Japan-Europe “Kizuna” Project

Simposio internazionale all’IIC di Tokyo

20 luglio 2011

Lo scorso 3 luglio l’Istituto italiano di cultura ha co-organizzato e ospitato la giornata del simposio “Japan-Europe “Kizuna” Project Embracing Solidarity and Diversity in Community” promosso dalla Japan Foundation e da EUNIC Japan (European Union National Institutes for Culture), e dedicato al concetto di “comunità” nelle più diverse articolazioni, ma con particolare attenzione al senso di questo termine nelle culture giapponesi ed europea: solidarietà reciproca, entità geografica, senso di identità linguistica o condivisione di un passato, di un’eredità culturale comune.
Le tre sessioni della giornata hanno preso in esame, con performance artistiche e interventi di politici e intellettuali, i diversi modi di essere comunità:

1. Lingue, dialetti e comunità: Gary Shannon, irlandese, ha illustrato ed esemplificato con un’esibizione al flauto l’importanza della musica folclorica per i suoi connazionali e gli sviluppi storici di questa tradizione culturale. Il Dott. Harutsugu Yamaura ha descritto le peculiarità linguistiche della comunità Kesen del Tohoku, di cui ha iniziato il recupero molti anni fa e che sta portando avanti con crescente coinvolgimento di giovani e meno giovani. I solisti bulgari Alexander Lialos e Dessislava Tcholakova hanno eseguito brani musicali di compositori bulgari di fama europea che hanno introdotto nei canoni della musica classica elementi provenienti dalla musica folclorica tradizionale.

2. Comunità nelle avversità: il Dott. Dario Barnaba, Segretario della Associazione Bancaria Italiana del Friuli Venezia Giulia ha descritto e tracciato un bilancio dell’esperienza della sua regione nella ricostruzione del tessuto economico e sociale dopo il grave terremoto del 1976. Il prof. Takashi Murakami della Miyagi University, fondatore di una associazione non profit per le aree colpite dallo tsunami e titolare di alcuni progetti interattivi di arte contemporanea, ha sottolineato l’importanza di nutrire non solo il corpo ma anche lo spirito delle popolazioni colpite, per aiutarle a elaborare il lutto che le ha colpite e ad affrontare con rinnovata forza d’animo le sfide del futuro. Il musicista Chikuhou Ohtomo ha dimostrato come antichi strumenti della tradizione giapponese shakuhachi e koto possono esprimere la meno convenzionale delle musiche: il jazz.

3. Diversità nelle comunità: lo scrittore portoghese Rui Zink ha esemplificato, in una suggestiva narrazione che ha preso le mosse dalla sua quotidianità, l’importanza della compassione, nel senso etimologico del termine: condivisione con l’altro dei suoi sentimenti di gioia o dolore. La Dott.ssa Carola Hommerich del German Institute for Japanese Studies ha esposto i risultati della sua ricerca sul senso di esclusione sociale e sulle sue cause così come percepito dai un campione di quasi 1700 giapponesi intervistati. Infine l’inglese Elizabeth Oliver, fondatrice di ARK (Animal Refuge Kansai), con filmati e immagini, ha portato alla ribalta un aspetto delle conseguenze dello tsunami poco coperto dai media: l’emergenza animali abbandonati sia domestici che di allevamento,che il suo gruppo sta cercando di fronteggiare ma con mezzi assolutamente insufficienti.

Hanno moderato gli interventi e i dibattiti alla fine di ogni sessione James Jason Direttore del British Councildell’EUNIC e il Dott. Hara rappresentante della Japan Foundation. Oltre al selezionato pubblico, hanno presenziato all’evento esponenti degli istituti di cultura di alcuni paesi europei (Bulgaria, Germania, Inghilterra, Irlanda, Portogallo, Spagna) e ha presenziato Sua Eccellenza Jose’ de Freitas Ferraz, Ambasciatore del Portogallo.


giorgio vasari

Gli uffizi di Giorgio Vasari

LA FABBRICA E LA RAPPRESENTAZIONE

20 luglio 2011

GLI UFFIZI DI GIORGIO VASARI:

LA FABBRICA E LA RAPPRESENTAZIONE

ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA – TOKYO

26 settembre – 12 ottobre 2011

ZONOHANA TERRACE A YOKOHAMA

25 ottobre – 5 novembre 2011

E’ da lungo tempo tramontata la concezione strumentale dell’opera storica, architettonica ed artistica del Vasari quale fonte principale per la storia del Rinascimento artistico italiano. Contrariamente ai progressi degli studi specialistici che sono stati dedicati a Giorgio Vasari principalmente nel secolo XX, oggi raramente nei percorsi di ricerca e di studio il suo contributo culturale è citato se non ricordandone l’esistenza principalmente per le “Vite”. L’attività di scrittore è stata senza alcun dubbio meritoria ma più ancora significativa e innovativa per il suo tempo è stata l’attenzione che il Vasari ha rivolto all’arte e all’architettura sin da giovane età. Vasari è stato un virtuoso pittore, un abile storico ed un architetto innovatore, capace di confrontarsi con progetti di ampie prospettive e tra questi certamente emerge il progetto voluto da Cosimo I per gli Uffizi di Firenze (1559-70).

Al fine di far conoscere l’opera architettonica vasariana ed in particolare la “Fabbrica de’ 13 Magistrati” l’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo, in occasione del 500° della nascita del Vasari (1511-2011), dedica la mostra “Gli Uffizi di Giorgio Vasari: la fabbrica e la rappresentazione”, curata da Olimpia Niglio e Taisuke Kuroda con la supervisione scientifica di Claudia Conforti e Koichi Kabayama.

La mostra è promossa insieme al Ministero degli Affari Esteri, al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, all’Ambasciata d’Italia in Giappone e con il patrocinio di ICOMOS Italia, Gabinetto G.P. Vieusseux, Comune di Firenze, Comune di Arezzo, Fondazione Romualdo Del Bianco-Life Beyond Tourism, Portale Non Profit Life Beyond Tourism, JAPAN ICOMOS National Committee, Society of Architectural Historians of Japan e Collegium Mediterranistarum di Tokyo e in collaborazione con l’Università degli studi eCampus (Como), Università di Roma “Tor Vergata”, Università IUAV di Venezia e le Università giapponesi Tokyo University of The Arts, Kanto Gakuin University e Aichi Sangyo University.

In concomitanza con il Congresso Mondiale degli Architetti che si svolgerà a Tokyo dal 25 settembre al 1 ottobre, la mostra dedicata agli Uffizi di Giorgio Vasari sarà inaugurata il 26 settembre ed avrà sede presso l’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo fino al 12 ottobre 2011.

La mostra sarà poi ospitata presso Zonohana terrace a Yokohama dal 25 ottobre al 5 novembre ed ancora ad Osaka ed a Seoul nel prossimo 2012.

Per l’occasione sarà esposto un grande plastico degli Uffizi e del Corridore con immagini relative alla loro progettazione, foto delle opere del Vasari, grafici a cura dell’Università IUAV di Venezia, nonché una intera sezione sarà dedicata al progetto del Prof. Arch. Arata Isozaki per la nuova loggia degli Uffizi di Firenze, a cui sarà dedicata anche una giornata di studi programmata per l’8 ottobre 2011. L’allestimento della mostra sarà curato in stretta collaborazione con il Department of Architecture, University of Tokyo, Laboratorio Progettuale del Prof. Arch. Kengo Kuma e la partecipazione degli architetti Matteo Belfiore e Salvator-John A. Liotta.

Contemporaneamente l’Istituto ospiterà il 27 settembre il Convegno Internazionale Gli Uffizi: Giorgio Vasari architetto di stato, coordinato da Olimpia Niglio e Taisuke Kuroda, con la partecipazione di studiosi italiani e giapponesi. Il percorso architettonico della mostra sarà completato dall’autorevole contributo della Grande Enciclopedia Multimediale dell’Arte che con l’Opera Omnia su Giorgio Vasari consentirà di visionare le principali opere artistiche di Vasari. Sarà infatti possibile osservare su supporto informatico oltre 750 immagini delle opere dell’artista aretino.

INFORMAZIONI

Istituto Italiano di Cultura

http://www.iictokyo.esteri.it/IIC_Tokyo

CONTATTI

Ufficio Eventi – Istituto Italiano di Cultura, Tokyo

[email protected]


Museo Renzo Collura di Grotte

Forse aveva ragione Leonardo Sciascia quando diceva che i siciliani hanno il difetto di non credere che le idee possano muovere il mondo. Però, va ammesso, molte cose sono state realizzate – e si continuano a realizzare – in Sicilia anche attraverso le idee. Ed è proprio un’idea – forse troppo lungimirante, per alcuni – di cui si vuole qui accennare, cercando di illustrarne le più auree prospettive future. Da molti decenni si dibatte a Grotte attorno all’idea di istituire il Museo civico d’arte contemporanea dedicato alla memoria del maestro Renzo Collura. Progetto che ha visto, tra alti e bassi, non poche peripezie e rallentamenti, per lo più a causa delle solite “gelosie” interne all’amministrazione comunale, che hanno – diciamolo pure – un sapore squisitamente provinciale.
Il progetto di fondazione del Museo Civico d’Arte Contemporanea dedicato alla figura di Renzo Collura, insigne artista grottese ed esponente della cultura figurativa del Novecento siciliano, nasce, grazie all’interessamento del figlio Athos Collura e di alcuni giovani studiosi d’arte contemporanea, con tutt’altre intenzioni: l’idea è quella di promuovere l’arte moderna e contemporanea e di documentare e valorizzare l’opera di Renzo Collura attraverso una struttura museale adeguata ai più aggiornati standard museografici e didattici.

Ma chi era Renzo Collura? Forse è il caso di accennarlo brevemente – visto che probabilmente questo nome poco rievoca alle orecchie dei cittadini grottesi.

Renzo Collura (Grotte 1920-Palermo1989), eminente figura del panorama siciliano dell’arte contemporanea dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta: era stato direttore della Galleria d’Arte Moderna Empedocle Restivo di Palermo dal 1959 al 1977, ma nel contempo pittore di straordinaria inventiva, pervenuto nella sua pittura a una decantazione dei valori formali nell’ambito di una dimensione costruita con elementi figurativi, con sfondi architettonici, con muri barocchi dell’entroterra siciliano, quasi desertici e popolati a volte da pochi ed emblematici personaggi, in chiave squisitamente metafisica, e con scenari paesistici sempre più rarefatti. Compie i suoi studi artistici a Torino, ma affina i suoi interessi culturali nel corso delle vicende belliche che lo vedono poco più che ventenne operare in Grecia dove ha modo di approfondire la conoscenza dell’arte classica e bizantina fino al punto di esercitarsi anche nel restauro di antiche icone. Passato in Albania, vi rimane, anche dopo la cessazione delle ostilità, alle dipendenze quale “specializzato” di quel Ministero per la Cultura Popolare, con l’incarico di organizzare e dirigere un corso di avviamento artistico. Stabilitosi a Palermo, dopo il suo rientro in Sicilia avvenuto nel 1947, viene assunto alla Biblioteca comunale e partecipa, nel contempo, a numerose rassegne regionali e nazionali. Alla fine del 1977 Collura ritiene ormai esaurito il suo compito di pubblico funzionario e decide di ritornare a tempo pieno alla sua attività di pittore.

Alla fine del 1977 Collura ritiene ormai esaurito il suo compito di pubblico funzionario e decide di ritornare a tempo pieno alla sua attività di pittore. Segue così un’intensa attività espositiva con mostre a Palermo, Padova, Roma e in molte altre città. Nel 1990 il Comune di Racalmuto gli dedica una suggestiva mostra retrospettiva dal titolo: “Renzo Collura. Memorie e fantasmi”, fortemente voluta e curata da Piero Carbone, Athos Collura e Nicolò D’Alessandro. Nel 1999, in occasione del decennale della sua morte, il Comune di Grotte gli ha dedicato un’antologica alla quale hanno dato il loro contributo rinomati critici e studiosi d’arte; e inoltre gli viene dedicata una delle piazze storiche di Grotte – l’ex piazza Fontana, oggi intitolata Piazza Collura – dall’artista più volte raffigurata nella sua produzione pittorica.

Dopo questa pregevole iniziativa, sempre a Grotte, nel 2000, è stata indetta la prima edizione del “Premio Regionale d’Arte Renzo Collura ai giovani artisti delle Accademie di Palermo e Catania”, iniziativa voluta dal figlio dell’artista e da Angelo Collura, allora assessore alla cultura di Grotte. Tale mostra itinerante fu richiesta con successo in molte città italiane quali Catania, Ancona, Bologna ed anche al Museo Fondazione Luciana Matalon di Milano; e fu ospitata nel 2001 come iniziativa di interesse culturale alla 12ª Arte Fiera di Padova, riscuotendo un enorme successo di critica e di pubblico.

Ma torniamo ad oggi!

Ecco qualche anticipazione del futuribile museo, secondo le idee dell’erede del grande artista grottese e dello scrivente, che ha elaborato un articolato progetto quinquennale.
Il Museo potrebbe essere organizzato in tre sezioni, con lo scopo di diversificare le collezioni nelle sedi più opportune. Queste sono: l’Ex Scuola Elementare “Leonardo Sciascia”, la Torre del Palo e l’ex Chiesa di San Nicola (recentemente restaurata). La prima, per le caratteristiche logistiche di spazi e ambienti idonei ad accogliere corpose collezioni d’arte contemporanea, sarebbe adibita a sede centrale del museo, dove troverebbero spazio le collezioni delle “opere prime” donate da 76 artisti viventi di fama internazionale e le nuove acquisizioni future; lo stesso edificio ospiterebbe gli uffici di direzione, la biblioteca, gli archivi, la sala convegni, le sale per i depositi, il bookshop ed eventuali sale didattiche.

Tra i nomi più prestigiosi in campo internazionale di artisti che hanno già aderito all’iniziativa di donare le loro “opere prime” al Museo Collura, si segnalano: Emilio Isgrò, Mimmo Paladino, Tullio Pericoli, Alessandro Algardi, Omar Galliani, Ugo Attardi, Ugo Nespolo, Giulio Paolini e Michelangelo Pistoletto. Nomi di spicco dell’arte italiana del Novecento che non hanno certo bisogno di presentazioni. Un progetto quindi che si pone come vero e proprio polo museale per l’arte del XX secolo, unico nel suo genere in Italia. Inoltre, la diversificazione delle sedi, in linea con l’idea di museo diffuso, permetterebbe un certo dinamismo nel rapporto con il pubblico e la fruizione, permettendo anche la rivalutazione di monumenti e angoli del centro storico di Grotte, già depauperato nel tempo dall’incuria delle varie amministrazioni dagli anni Cinquanta a oggi. La Torre del Palo ospiterebbe la raccolta di 27 opere (21 dipinti e 6 opere di grafica) di Renzo Collura donate al Museo dal figlio Athos. L’esterno del monumento ospiterà nel tempo istallazioni e sculture di artisti locali ed esteri. Mentre l’ex Chiesa di San Nicola, opportunamente allestita museograficamente, potrebbe candidarsi come sede definitiva della raccolta di dipinti di diversi artisti siciliani del Novecento (Collura, Gianbecchina, Bonanno, Sucato, Carisi etc…) dedicati al tema delle “Stazioni della Via Crucis”, realizzati per il Calvario e donati al Comune di Grotte nelle due edizioni del 1982 e del 1983.

Il Museo potrebbe aprire al pubblico con un’ampia mostra retrospettiva dedicata a Renzo Collura, con opere provenienti da collezioni private e pubbliche siciliane e nazionali, con un comitato scientifico di studiosi di rinomata fama nel campo dell’arte contemporanea e altri qualificati studiosi; e la pubblicazione di un catalogo scientifico con l’opera completa dell’artista.

Queste in sintesi le linee guida del progetto ispirato dal noto artista Athos Collura, che dopo la donazione al Comune di Grotte di un corpus di opere del padre non vede ancora alcun riscontro fattivo, salvo una delibera comunale piuttosto vaga e inconcludente che formalmente vede istituito il museo, senza traccia di un serio progetto perseguibile. Sono stati anche segnalati al Comune di Grotte diversi bandi pubblici promossi dall’Assessorato Regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, diretti proprio al finanziamento di nuove realtà museali per l’arte contemporanea, ma ancora nessuna risposta. Allo stato attuale, molto oggettivamente, va registrato quanto segue: esiste un progetto di ampia veduta; esistono le collezioni, esistono le sedi opportune, esistono gli studiosi e i critici pronti ad occuparsi con entusiasmo del museo, esiste anche la piena adesione della Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Agrigento e vi è anche l’intenzione “sincera” da parte del Sindaco di Grotte di dare seguito al progetto.

Non manca quindi l’idea o le idee, e neanche chi vi crede concretamente – magari chi vi crede non si illude certo di “cambiare la Sicilia”, ma quanto meno di sprovincializzare per quanto possibile la cultura figurativa locale attraverso un museo di concezione moderna rivolto a un vasto pubblico – e non mancano neanche le opere d’arte. L’arcano rimane aperto, a meno di improvvise, quanto attese e serie prese di posizione da parte dell’Amministrazione Comunale di Grotte – sempre che questo Comune sia realmente intenzionato a ospitare e sostenere il vasto progetto. Pare, infatti, che già altri comuni limitrofi abbiano manifestato l’intenzione di accogliere la grande iniziativa, ritenendola un’occasione irripetibile di sviluppo culturale e artistico per tutta la Sicilia sud-occidentale, piuttosto carente sul piano museale per quanto riguarda l’arte contemporanea. Chi scrive si augura, viste le concrete premesse culturali, di poter vedere “smentita”, una volta tanto, la realistica quanto drammatica frase con la quale il Maestro di Regalpetra metteva lucidamente a fuoco un aspetto triste di quella “sicilitudine”, di cui ancora risentiamo, ma dalla quale è giunto ormai, forse, il tempo di liberarsene del tutto.


Maria Callas – A Woman, a Voice, a Myth

Grande successo di pubblico e di stampa al Grand Opening Gala della mostra Maria

20 ottobre 2010

Il Gala è stato il primo evento nella nuovissima sede dell’Istituto Italiano di Cultura di San Francisco, 814 Montgomery Street, una palazzina di quattro piani di mattoni rossi nel cuore del distretto storico della città “ Jachson Square District” a due passi dal Financial District e da North Beach, il quartiere italiano.

La mostra che resterà aperta fino al 12 Novembre è stata presentata dalla Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura, Amelia Carpenito Antonucci, dal Console Generale d’Italia, Fabrizio Marcelli, e dal Console Generale di Grecia, Ioannis Andreades, ed ha marcato una proficua collaborazione tra le due rappresentanze diplomatiche nella città.

La serata, che ha visto un pubblico di circa 300 ospiti, ha avuto come ospite d’onore il presidente dell’Associazione Maria Callas, Bruno Tosi, che ha collezionato per decenni gli oggetti appartenuti alla Divina.

Il successo della serata è stato il risultato del lavoro indefesso di un Comitato eccezionale di ospiti illustri della città che si sono raccolti intorno all`Istituto per aiutare il decollo della nuova struttura. Tra gli sponsor della serata la Ferrari, Mr. Coffee, Listone Giordano e 7 tra i migliori ristoranti locali e distributori di vini (Perbacco, Farina, C’era una volta, Incanto, Kookary, Villa Italia, Ag Ferrari.)

Ha aperto la serata. il soprano Fenicia Bon Giovanni, venuta per l’occasione da Bologna, accompagnata al pianoforte da Pian Scafe, che ha interpretato alcuni tra i più noti pezzi del repertorio della Callas: “Vissi d’arte, vissi d’amore” dalla Tosca di Giacomo Puccini, ”Casta diva” dalla Norma di Vincenzo Bellini, e “Sempre Libera” dalla Traviata di Giuseppe Verdi.

Presenti tra il pubblico personalità del mondo della cultura e della finanza della città: i direttori della SF Opera, del SF Perfomances, Sf Jazz Festival, SF Film Society, Museo Italoamericano, Comites. 4 Stazioni televisive (Rai International, Hellenic TV, Examiner TV e Red Carpet TV, Channel 4) e 2 stazioni radiofoniche (Alice e KDFC) hanno intervistato i protagonisti della serata e girato interi servizi.

La bandiera italiana e quella europea sventolavano per la prima volta a Montgomery Street per dare il benvenuto agli ospiti mentre entravano nel palazzo in mattoni rossi che poi hanno visitato i tre piani dell’Istituto, incluso quello dell’Istituto Italiano Scuola, per ammirare i 22 costumi, i gioielli, e le 71 fotografie della mostra.

La presenza di numerosi ospiti, appartenenti a tutte le fasce d’età, in abito da sera in un ambiente reso magico dalla presenza dei gioielli, delle fotografie e degli abiti personali e di quelli indossati nel corso della carriera della Divina, hanno reso questo evento memorabile e inserito l’Istituto di Cultura tra le Istituzioni culturali importanti della città. Il pubblico continua a frequentare i nostri locali anche dopo l’inaugurazione ed a soffermarsi per ore davanti alle foto messe a disposizione dal Parlamento Ellenico ed alle registrazioni video e audio delle interviste e delle arie cantate dalla Callas.

Visto l’enorme successo della mostra, accolta con entusiasmo da un gran numero di visitatori, l’Istituto Italiano di Cultura di San Francisco ha deciso di prorogarne l’apertura fino al giorno del compleanno della Divina, il 2 Dicembre.

Qui di seguito un video della serata apparso su examiner.com
http://www.examiner.com/italian-culture-in-san-francisco/maria-callas-at-sf-institute-of-italian-culture-video
Rita Sanna, Istituto Italiano di Cultura, San Francisco


avagliano casa editrice

Libri italiani nel mondo

La Direzione Generale per la Promozione e la Cooperazione Culturale del Ministero degli Affari Esteri, in collaborazione con la Casa Editrice Avagliano ha presentato il 24 Marzo l’iniziativa “Libri Italiani nel Mondo”, realizzata nel contesto delle programmazioni nazionali e internazionali per la promozione del libro italiano e della lettura.

Alla presentazione, moderata dal giornalista del TG1 Gianni Maritati, sono intervenuti Francesco Maria Greco – Direttore Generale per la Promozione e la Cooperazione Culturale; Antonio Lombardi – Presidente di Avagliano Editore; Marino Sinibaldi – Direttore Rai-Radio 3 e gli scrittori Franco Scaglia – autore di “Caro Paolo” e Giusella De Maria – autrice di “Suona per me” editi da Avagliano Editore.

L’incontro è stato organizzato in occasione della donazione alle biblioteche degli Istituti Italiani di Cultura, da parte della Casa Editrice Avagliano, di una collana di 48 opere di autori classici e contemporanei, alcuni dei quali residenti all’estero, e di autori stranieri che hanno scelto di esprimersi in lingua italiana.

Nel corso della presentazione, il Direttore Generale Francesco Maria Greco ha sostenuto che “in termini politici promuovere il libro italiano all’estero ha un doppio significato: culturale e commerciale”. A seguire, il Presidente della Casa Editrice Avagliano, dopo aver presentato brevemente la sua casa editrice, ha sottolineato l’importanza per il futuro dell’editoria italiana di coinvolgere i giovani annunciando l’intenzione “di coinvolgere gli studenti che negli Istituti Italiani di Cultura studiano la lingua italiana” nel Premio Letterario Nanà.
Marino Sinibaldi, Direttore di Rai-Radio3, ha ribadito l’importanza dell’attività di promozione del libro e della lettura compiuta dalle istituzioni pubbliche sottolineando la necessità di sostenere l’immagine positiva ed attuale del libro come veicolo di cultura.

Sono intervenuti infine due autori: Franco Scaglia, autore di “Caro Paolo”, che ha ricordato le difficoltà di diffusione che in tempi recenti incontrano i prodotti culturali italiani all’estero e Giusella De Maria, autrice di “Suona per me”, che ha portato una nota di entusiasmo esprimendo il Suo amore verso la lettura e la scrittura e, parlando dell’esperienza della sua pubblicazione, ha citato un proverbio: “Attenti a ciò che chiedete nelle preghiere perché si potrebbe realizzare”.

La collaborazione tra il Ministero degli Affari Esteri e la Casa Editrice Avagliano conferma la consolidata tradizione di rapporti esistenti con le Case Editrici Italiane nell’organizzazione di manifestazioni finalizzate a promuovere, assieme il patrimonio linguistico italiano, la coscienza dei valori civili, storici e culturali che la lingua esprime, contribuendo a rafforzare positivamente l’immagine dell’Italia nel mondo.

L’evento odierno testimonia la partecipazione dinamica dell’editoria italiana all’estero attraverso la presenza degli autori nelle sedi degli Istituti Italiani di Cultura con un continuo aggiornamento delle biblioteche degli IIC con le novità editoriali. In questi ultimi anni gli Istituti Italiani di Cultura hanno favorito sempre più la partecipazione italiana ai principali momenti culturali del Paese ospite, assicurando la presenza di autori, editori e libri nelle Fiere Internazionali del libro e nelle proprie sedi. I numerosi articoli inviati alla redazione di EsteriCult e pubblicati sul sito (www.estericult.it) da parte degli IIC ne sono una testimonianza concreta.

I dati forniti dall’AIE (Associazione Italiana degli Editori) mostrano l’interesse crescente del mercato dell’editoria mondiale nei confronti dei contenuti editoriali italiani; l’Editoria Italiana, infatti, occupa per fatturato (oltre 2 miliardi di euro) la settima-ottava posizione mondiale con quasi 60 mila titoli pubblicati.

A promozione degli autori italiani, il Ministero degli Affari Esteri si avvale anche della “Settimana della Lingua Italiana”, la più importante manifestazione organizzata annualmente dalla Direzione Generale per la Promozione e la Cooperazione Culturale, giunta alla sua decima edizione, che, nel vasto programma di eventi, dedica un ampio spazio a incontri con scrittori italiani, rappresentati dalle maggiori Case Editrici.


Il Professor Katerinov collabora a ESTERICULT

Avviata una collaborazione tra il Professor Katerinov e il MAE

21 gennaio 2010

E’ previsto l’inizio di una collaborazione sui temi dell’italiano e della didattica della lingua italiana tra il il Prof. Katerin Katerinov, specialista della materia, e il Ministero Affari Esteri.
Il Prof. Katerin Katerinov è il cittadino italiano che ha forse avuto più incarichi dal MAE in Italia e all’estero per la diffusione della lingua e della cultura italiana. Nel corso della sua carriera ha collaborato a lungo con il Ministero degli Affari Esteri organizzando e dirigendo corsi di formazione per insegnanti d’italiano in tutti i continenti. Per tre anni ha diretto corsi di aggiornamento per Direttori di IIC, Addetti culturali d’Ambasciata e di Istituti di cultura, nonché per Lettori di lingua italiana all’estero, tenutisi presso il Centro Europeo dell’Educazione di Frascati. Nel 1979 ha tenuto il I seminario di formazione e aggiornamento professionale per operatori culturali promosso dal Ministero degli Affari Esteri e realizzato dalla SIOI.
Nel 1978 è stato Direttore del corso di aggiornamento per insegnanti d’italiano negli Stati Uniti e nello stesso anno ha tenuto un ciclo di lezioni di didattica dell’italiano come L2 al Trinity College entrambi a Roma.

Dal 1995 al 2004 è stato capoprogetto e responsabile didattico per parte italiana di due Progetti transnazionali Socrates / Lingua italiana.

A ciò si aggiungono un numero considerevole di Corsi di formazione e di aggiornamento presso Istituti Italiani di Cultura e Università italiane e straniere, tenuti fra il 1970 e il 2009.

Il Prof. Katerin Katerinov è l’autore più prolifico di sussidi didattici cartacei e multimediali per l’insegnamento dell’italiano L2 e di studi scientifici sull’argomento.

Recentemente ha scritto “L’italiano L2 in Italia e nel mondo” e nel 2009 Italiamania, un corso multimediale d’italiano.

E’ stato insignito della Laurea honoris causa dall’Università Konstantin Filosof di Nitra in virtù del suo importante contributo a: La metodologia dell’insegnamento delle lingue straniere; L’informatica applicata all’insegnamento – apprendimento delle lingue straniere; la diffusione della lingua italiana all’estero, la diffusione delle idee dei SS Kostantino (Cirillo) e Metodio.

“Nella sua attività più che trentennale, circa venticinquemila sono stati gli insegnanti che hanno seguito un corso di Formazione o di Aggiornamento tenuto o diretto dal professor Katerinov e ancor di più sono gli studenti che hanno seguito i suoi corsi all’Università per Stranieri e all’estero e sicuramente più elevato, ma non calcolabile, è il numero di coloro che hanno appreso l’italiano attraverso i suoi testi. La sua può essere definita una vita per la didattica dell’italiano, una missione che lo ha coinvolto totalmente, una passione esclusiva e totalizzante che stupisce soprat­tutto perché è realizzata da qualcuno che non era nato “italiano” ma che grazie a questa lingua ha scoperto la propria vocazione e ragion di vita e ha ricambiato quanto ha ricevuto con l’impegno appassionato ed esclusivo per la promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo. Questa passione è riuscito a tra­smetterla a quanti hanno avuto la fortuna di avvicinarlo e lavorare con lui e, an­che se non è dimostrabile o quantificabile in una qualche misura, ha contribuito alla fortuna della lingua italiana nel mondo”.

Dal volume Linguistica e glottodidattica- Studi in onore di Katerin Katerinov, a cura di A. Mollica, R. Dolci e M. Pichiassi, Perugia, Guerra Edizioni, 2008.


istituto italiano di cultura

La comunicazione di arte degli IIC

Per aprire la discussione sulle dinamiche che regolano la comunicazione degli eventi artistici degli Istituti Italiani di Cultura può essere utile punto di partenza quello di evidenziare alcuni elementi caratteristici della comunicazione dell’arte sui media, che restringono il campo e lo spazio a disposizione degli Istituti Italiani di Cultura e lo limitano a eventi di assoluta eccellenza espositiva, o di grande qualità. Conoscere e comprendere con chiarezza queste dinamiche è particolarmente significativo nel tentativo di creare modelli per attirare l’attenzione dei media nazionali ed esteri. Per prima cosa vanno ricordati l’enorme quantità di notizie relative all’arte presenti quotidianamente in campo nazionale e internazionale, la consapevolezza che le recensioni e presentazioni delle mostre monopolizzano l’attenzione, la difficoltà di tornare sulla notizia una volta presentata e la conseguente impossibilità di attivare un dibattito.

E’ inoltre importante sottolineare la progressiva riduzione dello spazio a disposizione dei recensori e la necessità assoluta di presentare la notizia prima degli altri. Infine deve essere valutata la presenza di inserzioni redazionali a pagamento e la ingombrante presenza dei “quartini”, quattro pagine di presentazione di una mostra pagate dagli sponsor, che spesso escono prima della inaugurazione e di fatto impediscono o riducono la possibilità di intervenire criticamente sull’argomento.

Gli aspetti sopra elencati sono particolarmente evidenti nel giornale quotidiano, che ha logiche e criteri propri di un campo di indagine costituito da fatti e interpretazioni della vita di tutti i giorni, che vanno restituiti in tempo reale.

Questo comporta una enorme difficoltà di attivare nei confronti di qualsiasi fenomeno un’analisi di tipo critico, ed evidenzia come l’intero mondo della fenomenologia dell’opera d’arte non venga mai esaminato ma sostituito dalla semplice presentazione dell’evento. L’attenzione degli Istituti Italiani di Cultura deve allora essere rivolta soprattutto alla recensione come forma nuova della narrazione, dunque come genere autonomo e indipendente, affrontato da una pluralità di figure professionali, composto da un numero diversificato di interventi, strettamente legato alle esigenze storiche e alle dinamiche sociali della diffusione delle mostre. Sembra infatti che soprattutto la critica d’arte si stia progressivamente muovendo dai luoghi consueti di pertinenza (riviste scientifiche, saggi, etc) ai mass media, con conseguente mutamento sia della struttura narrativa che di quella di comunicazione.[1] La possibilità di aprire la comunicazione in forma diversa in ambiti nuovi, per esempio i quotidiani e la televisione, comporta però la necessità di un nuovo arsenale terminologico idoneo ad aggiornare la struttura narrativa consueta, e probabilmente a cambiare il modo di pensare e raccontare la storia dell’arte.

Tuttavia la sensazione che sia sempre più raro che le recensioni permettano da un parte al pubblico di prendere coscienza di quali eventi siano realmente meritevoli di conoscenza, dall’altra agli addetti ai lavori di subire critiche quando operano in maniera superficiale o comunicano in modo errato, spinge a cercare nuovi modelli di comunicazione. Uno dei modelli possibili, a mio avviso, è quello di fare sistema, collegando in unico circuito tutti gli Istituti Italiani di Cultura, dotati o meno di sede espositiva, al fine di creare una rete uniforme che sia il vero avamposto della eccellenza della cultura e dell’arte italiana, sia antica che contemporanea.

Per fare questo propongo che una volta l’anno, per una settimana, tutti gli Istituti Italiani di Cultura realizzino un progetto comune, facilmente e chiaramente identificabile e comunicabile, promosso di concerto dal Ministero Affari Esteri e dal MIBAC. Inoltre alcuni Direttori di Istituti Italiani di Cultura sottolineano la mancanza di attenzione non da parte dei media esteri ma di quelli italiani. In questo senso è importante ricordare che un primo passo è stato quello della esposizione itinerante della collezione Farnesina, la cui lunga esposizione è stata possibile grazie anche alla visibilità ottenuta in Italia. Tuttavia, anche se alcuni interventi hanno sottolineato l’importanza del network internazionale e di internet, io continuo a credere che oggi non possa essere sottovalutato il ruolo della televisione italiana, dalla quale l’arte è praticamente assente.

Particolarmente significativa è a mio avviso l’assenza di storici e critici d’arte nei dibattiti e talk show, che sono non solo i programmi più seguiti perché trasmessi in fascia sensibile, ma anche gli unici in grado realmente di orientare il pubblico. Eppure sempre più spesso filosofi, matematici, psicologi, sociologi, antropologi, commentano in televisione fatti di cronaca o di costume.

La loro presenza è certamente dovuta al fatto che la complessa e articolata realtà contemporanea evidenzia come i consueti strumenti di indagine non siano più sufficienti, anzi palesino in maniera evidente il loro disagio ad analizzare e spiegare i fatti quotidiani: è necessario dunque rivolgersi a modi di analisi altri, ad aperture, interpretazioni e punti di vista nuovi. Ebbene, la storia dell’arte proprio per la sua caratteristica di essere al centro di dinamiche politiche, sociali, storiche, culturali, è in grado di offrire un punto di vista altro, una lettura diversa e originale dei fatti quotidiani.

E’ una grande opportunità che non possiamo continuare a trascurare: permetterebbe infatti di realizzare una produzione interna di contenuti culturali e artistici di eccellenza da presentare all’estero, sia in forma autonoma, sia avvalendosi del circuito internazionale con particolare attenzione a canali tematici, format specifici, documentari, presenze all’interno di contenitori culturali, presenze in format divulgativi, servizi o rubriche nei telegiornali o in format di informazione. Paolo Serafini, storico dell’arte e editorialista de Il Giornale dell’Arte[1] Il progetto Lo stato della critica d’are sui quotidiani in Italia e in Europa,curato da chi scrive all’Università La Sapienza di Roma, con la fattiva collaborazione della Scuola di Specializzazione in Beni Storico-Artistici, e delle cattedre di Storia dell’Arte Moderna (Prof. ssa Michela Di Macco), e di Storia della Critica d’Arte (Prof. ssa Orietta Rossi Pinelli), ha avuto inizio l’anno scorso con i due incontri del 5 maggio 2008 (Antonio Pinelli (la Repubblica) e Marco Vallora (La Stampa) e del 12 maggio 2008 (Pierluigi Panza (Corriere della Sera), Marco Carminati (Il Sole 24 Ore). Il progetto si completa quest’anno con gli interventi di Julia Voss del Frankfurter Allgemeine, Jarque Fietta di El Pais, Harry Bellet di Le Monde (20 maggio 2009), Adrian Searle del The Guardian e Tobias Timm di Die Zeit (27 maggio 2009).


promessi sposi copertina

Lettura psicanalitica dei Promessi Sposi

(…) la letteratura italiana dall’800 fino ai giorni nostri, e’ anche corrispondente a una sorta di costruzione di sentimenti. Le parole sono scelte in base a determinati obiettivi, le frasi sono scelte per corroborare, con la scelta dei vocaboli e con l’intreccio, anche le emozioni, i sentimenti sia delle persone che vengono descritte sia del lettore. Quindi questa mia lezione, questa mia chiaccherata si basera’ su un’ipotesi che non e’ stata esplorata da nessuno. Psicanalizzare il Manzoni attraverso quello che scrive e cercare di capire come lui consciamente o inconsciamente avesse scelto quei vocaboli, perche’ aveva qualcosa in mente che non tutti vedono all’inizio, o che non tutti percepiscono all’inizio, ma che se ci si fa caso si dice “ma guarda ma forse e’ vero, che strana coincidenza”. E andiamo ad esaminare solo una pagina, la prima pagina del romanzo che per una forma di straordinaria anticipazione riesce a condensare in se’, come la Divina Commedia, tutto il romanzo. Infatti possiamo addirittura fare un paragone e un parallelo tra Dante e Manzoni, perche’ questi due geni della letteratura italiana o gia’ avevano nella loro mente tutto il romanzo e tutta la loro opera a parite dalla prime frasi, oppure hanno voluto scrivere le prime frasi in funzione di un romanzo che era gia’ finito. E adesso vi spiego perche’, facciamo la prima frase.
“Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien quasi a un tratto a restringersi e a prender corso e figure di fiume tra un promontorio a destra e un’ampia costiera dall’altra parte. E il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancora piu’ sensibile all’occhio questa trasformazione. E segni il punto in cui il lago cessa e l’Adda ricomincia, per ripiglia’ poi come di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo lasciano l’acqua distendersi e rallentarvi in nuovi golfi e in nuovi seni.”

Vediamo la musica, l’accelerazione e la decelerazione di questo primo paragrafo.”Quel

ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno”, allora la topografia del lago di Como sono stati scritti fiumi di inchiostro. Il lago di Como e’ fatto un pochino come una specie di animale con due braccia e due gambe. E ci sono, appunto, queste escrescenze, e c’e’ il ramo del lago di Como che e’ appunto una sorta di prolungamento del lago di Como che volge a mezzogiorno, quindi che volge a sud.

“Tra due catene non interrotte di monti”, quindi gia’ abbiamo, se noi ci riflettiamo in questa prima frase abbiamo l’acqua, la pietra. Due elementi che lasciano presagire che il romanzo sara’ un romanzo duro, fondato quindi su due elementi fondamentali. Gia’ dall’inizio l’acqua e le montagne. Perche’ l’acqua? Voi vedrete che le pagine piu’ straordinarie dei Promessi Sposi si basano sull’acqua. Una e’ “L’addio ai monti”, quando Renzo e Lucia prendono il battello per allontanarsi dalla loro casa natale. E questo e’ gia’ come un’anticipazione che l’acqua giochera’ un ruolo fondamentale in tutto il romanzo. Allora, l’addio, la fuga si fa per acqua.

La fuga da qualcosa per la salvezza c’e’ anche in un altro momento chiave del romanzo, che e’ Renzo che scappa da Milano. E come fa a fuggire da Milano? Qual e’ il punto in cui lui si salva finalmente per la seconda volta? Quando lui scappa, scappa non riesce a trovare l’Adda e poi alla fine, quasi per un miracolo, lui di notte sente il chioccolio dell’acqua e riesce a scappare tramite il barcaiolo che era li’ provvidenzialmente. Quindi seconda salvezza. Terza salvezza: quasi alla fine del romanzo, quando si e’ raggiunto un culmine di drammaticita’, perche’ la peste ha mietuto tre quarti della popolazione di Milano, a un certo punto che succede? Si gonfia il cielo e cade l’acqua, e l’acqua costituisce a la salvezza quel punto per tutta la citta’. Quindi vedete come e’ importante gia’ dal primo momento, con la parola lago uno presagisce che l’acqua giochera’ un ruolo determinante nel romanzo, sia come pathos sia come le pagine piu’ belle che non a caso sono “L’addio ai monti”, il pathos di Renzo che riesce a trovare l’Adda per fuggire. Quella frase meravigliosa che dice quando Renzo trova l’Adda e riesce a rendersi conto che era il fiume, Manzoni dice: “Fu come trovare un amico, un fratello, un salvatore. Vedete che e’ crescendo in queste tre parole, quindi l’acqua giocava un ruolo fondamentale.

Le montagne, la pietra, noi le montagne diciamo sono le pietre della terra, sono le ossa della terra. Quindi l’acqua la salvezza, e il contrario questo contrasto tra l’acqua e la pietra, tra la liquidita’ e la solidita’, ci lascia capire che il romanzo avra’ un continuo dialogo tra due momenti, tra due situazioni: una situazione di fuga e una situazione di problema. Quindi tutto quello che e’ la problematica ha a che fare con la pietra, con le montagne. Non a caso quando vengono i barbari, i Lanzichenecchi, tutti si rifugiano sul castello dell’Innominato sulle montagne. Perche’ sceglie “tra due catene non interrotte”, c’e’ qualche cosa, ci sone dei legami, i personaggi evidentemente sono legati, sono incatentati da qualche cosa, che può essere questo qualche cosa? Possono essere delle remore, possono essere dei legami religiosi. Per esempio Lucia si sente incatenata a un voto che lei fa a causa di un momento di sconforto, vedete già queste catene noi ci lasciano presagire che c’e’ qualche cosa nel romanzo che costringera’ i personaggi entro delle catene, dentro delle maglie. “Catene non interrotte di monti”, vedete che le catene non possono essere spezzate facilmente. “Il ramo del lago di Como e’ tutto a seni e a golfi” questo e’ assolutamente un capolavoro di psicanalisi. Se uno va a pensare, nel lessico italiano cosa sono i seni? I seni in prima battuta, cioe’ nella prima accezione della parola, sono delle parti anatomiche delle donne quindi cosa fa immediatamente capire che un personaggio di una creatura, una donna e’ il seno. Perche’ il Manzoni non avrebbe detto ad insenature e a golfi? No ha utilizzato la parola seni che va bene, nella seconda accezione seni vuol dire anche insenatura. Ma la mia teoria e’ che, consciamente o incosciamente, dalla seconda riga il romanzo ha a che fare con una donna.

C’e’ qualche cosa che istituisce un problema, si incentra intorno a una figura femminile, e non e’ solo una figura femminile intesa come figura astratta o madre. No il seno e’ qualcosa di erotico, qualcosa di sensuale, quindi ci dev’essere nel romanzo qualcosa che ha a che fare con delle avventure amorose, con delle problematiche legate alla sessualita’. Non a caso Lucia viene molestata da Don Rodrigo, quindi vedete gia’ dalla seconda riga una persona che sappia leggere dice “ah il romanzo deve contenere qualche cosa”, certo trattato in maniera sublime, che di per se’ potrebbe essere persino scabroso se non venisse analizzato e sviluppato nella maniera religiosa e rispettosa e provvidenziale che e’ quella dei Promessi Sposi. “Allora il ramo del lago di Como viene, a seconda dello sporgere”, vedete, i seni sporgono e rientrano “a seconda dello sporgere o rientrare di quelli”. Vedete che c’e’ qualche cosa che ha a che fare con dei movimenti, delle avanzate e delle retrocesse.

Vedete questa, adesso piano piano da una pace iniziale, che era quella della poesia “Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno tra due catene non interrotte di monti” c’e’ come una prima pagina di quite prima della tempesta, di attesa della tempesta. Poi la narrazione viene ad essere concitata, “viene a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien quasi a un tratto a restringersi e a prender corso e figure di fiume tra un promontorio a destra e un’ampia costiera dall’altra parte.”. Vedete come cominciamo a movimentare il racconto. “E il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancora piu’ sensibile all’occhio questa trasformazione.” Ah ah dice c’e’ qualcosa che ci suggerisce che c’e’ una specie di aggrappamento che qualcuno vuole legare tra il problema e la sua soluzione.

Padre Cristoforo per esempio, Padre Cristoforo e’ un ponte per questi poveretti. “E segni il punto in cui il lago cessa e l’Adda ricomincia”, vedete che si crea una prima idea di quella che sara’ poi la confusione creata nei Promessi Sposi dalla, per esempio dalla paura, dalla fobia di Don Abbondio che crea una confusione. Vedete come non si sa piu’ se e’ lago, se e’ fiume. “Per ripigliare ancora nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo lasciano l’acqua distendersi e rallentarvi in nuovi golfi e in nuovi seni.”. Vedete che alla fine ci lascia presagire che il romanzo avra’ un inizio, un concitare di avvenimenti per cui probabilmente le persone devono scappare, come e’ la verita’. Un momento di confusione che non si sa dove sta Renzo, dove sta Lucia, Renzo deve scappar via. E poi alla fine grazie a Dio “le acque si rallenteno e si distendono in nuovo golfi e nuovi seni”, che vuol dire che alla fine quella che all’inizio era una sessualita’ problematica, alla fine probabilmente diventera’ una sessualita’ appagata col matrimonio in effetti dei due protagonisti. “La costiera formata dal deposito di tre grossi torrenti”, deposito di torrenti, devi qua c’e’ qualche cosa che si deposita, un sedimento. Tutto quello che e’ sedimento e’ qualcosa che viene ad appensantire una situazione. “Scende appoggiata dai monti contigui, l’uno e’ detto di San Martino l’altro – con voce lombarda – il Resegone dai molti suoi cucuzzoli in fila che in vero lo fanno assomigliare a una sega”. Altro capolavoro psicanalitco, c’e’ qualche cosa che tormenta, che tortura i personaggi come una sega. “Dai molti suoi cucuzzoli in fila”, vedete che c’e’ proprio una figurativita’ del Manzoni che ci fa pensare come questi denti di una sega, uno potrebbe addirittura dire per continuare il paragone e il parallelo con l’acqua, pensare ai denti aguzzi di uno squalo, di un pesce spada, di un animale mostruoso che vuole dilaniare nella sua bocca i protagonisti di questo romanzo. Il resegone, la sega: Identificazione del panorama con uno strumento di tormento, di tortura, di problematica. Pero’ al tempo stesso questo strumento, questa sega, e’ come se fosse un punto distintivo di tutto il romanzo. “Tal che non e’ chi al primo vederlo” cioe’ questa catena che sembra una sega puche’ sia di fronte, “come per esempio di sulle mura di Milano che guardano a settentrione”.

Allora qui dice ma perche’ il Manzoni fa questo richiamo? Cioe’ questo panorama di questa sega e’ immediatamente riconoscibile per esempio a chi sta sulle mura di Milano. “E che guarda a settentrione, e che lo discerne a un tal contrassegno”, cioe’ riesce a distinguere il Resegone a un tal contrassegno vuol dire a una tale identita’ con una sega, come non riesca chi guarda da Milano a distinguere quel specifico monte Resegone che gurda caso e’ proprio il monte che incombe su Lecco e sul territorio dei nostri protagonisti. Allora lui immediatamente lo riconosce quel monte di sega “in quella lunga e vasta giogaia”. Cos’e’ la giogaia? La giogaia e’ il giogo dei buoi che soffrendo danno il pane agli uomini. Allora dice in quella lunga e vasta giogaia, pensiamo un po’ in senso metaforico qual e’ la lunga e vasta giogaia? E’ l’avventura dell’uomo, cioe’ l’avventura dell’uomo sulla terra e’ come se fosse l’avventura di una coppia di buoi che, per guadagnare il pane e per arrivare alla fine della sera, devono con se’ sottoporsi al giogo delle miserie quotidiane e delle sofferenze quotidiane per avere il premio promesso. Vedete come e’ tutto meravigliosamente spiegato, concatenato.

Io non credo che il Manzoni fosse uno psicanalista, quindi io credo che nella vigna del vocabolario delle sue parole, lui abbia vendemmiato inconsciamente quei vocaboli che potevano piu’ aiutarlo a spiegare e a rendere quelle che erano poi le avventure del romanzo. Vi faccio un altro parallelo. Vi ho chiesto prima, ho fatto questa domanda retorica, perche’ Manzoni parla di chi sta sulle mura di Milano?

E di chi guarda e lo riconosce quella specifica catena di monti, il Resegone? Che bisogno c’e’ di mettere qui nel primo paragrafetto questo richiamo? Pensiamoci un po’, quale puo’ essere nel romanzo il punto in cui serve dire ah ma il Manzoni l’aveva detto nella prima parte. Allora ricordiamoci che succede quando Renzo va a Milano. Renzo scappa via, si avvia a Milano con una lettera per il Padre Bonaventura, che era il padre del convento dei Cappuccini di Milano. E cammina cammina arriva alle porte di Milano, bussa al convento e gli dicono “Padre Bonaventura non c’e’ figliolo, andate in chiesa a fare un’orazione, ritornate tra un po’ e troverete Padre Bonaventura”. Renzo che era un ragazzo, Renzo c’avra’ avuto 19 anni, dice ma che scherziamo io sto qui a Milano mi faccio un giretto, e prima di fare un giretto sulle mura di Milano da’ un’occhiata e vede il Resegone. E gli prende un magone nel corpo e dice guarda li’ sta la mia casa. Vedete come mirabilmente collegato in questi due punti chiave del romanzo.

Che succedera’? Renzo non da’ retta al Padre Bonaventura, Renzo si avventura a Milano e e’ l’inizio dei suoi grossi problemi, perche’ vede la gente che si avviava al Forno Delle Grucce e lui va e diventa quello che si chiamerebe oggi un agitatore proletario. Renzo comincia ad affascinarsi per questa problematica e partecipa alla furia della folla che vuole assediare il Forno Delle Grucce. Comincia a gridare “pane, pane agli affamati eccetera” e poi con una tipica trasformazione della psicologia della folla cambia idea. Quando vede la polizia viene per liberare il Ferrer, che era il vicario di provvigione, Renzo passa a 180 gradi come spesso succede nelle folle. Se c’e’ qulacuno che riesce a dirigere la folla, la folla beota per sua conformazione perche’ la folla non ragiona, la folla segue. Allora Renzo in quel momento si e’ creato un altro polo di attenzione che e’ quello dei polizziotti, e Renzo cambia idea: da assalitore del Forno Delle Grucce, Renzo diventa difensore del Forno Delle Grucce. E da li’ prende avvio poi il fatto che lui poi verra’ identificato come il principale artefice della sommossa al Forno Delle Grucce, verra’ condannato e dovra’ effettivamente scappare via dal territorio di Lecco per raggiungere il cugino Bortolo, come noi sappiamo. Vedete come le due cose sono collegate.

“Per un buon pezzo la costa sale”, vedete allora che c’e’ qualcosa, comincia un terreno in salita. “La costa sale con un pendio lento”, quindi c’e’ un inizio di sofferenza, un inizio lento e continuo, “poi si rompe in poggi e in valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l’ossatura dei monti e il lavoro delle acque”. Vedete gia’ come vediamo che c’e’ la vita fatta da una salita poi c’e’ un momento in cui la gente puo’ tirare fiato, si rompe, c’e’ una situazione come se si rompe. C’e’ una situazione di problematica, c’e’ come una diga che si rompe quindi bisogna ricostruire la dita e poi alla fine c’e’ una pace.

“Il lembo esterno, tagliato dalla foce dei torrenti, e’ quasi tutto ghiaia e ciottoloni”, perche’ il Manzoni non dice ghiaia e ciottoli, ghiaia e pietre? No, ciottoloni. Che cosa ci fa venire in mente questa parola ciottoloni? Che ci devono essere delle cose pesanti, un ciottolo e’ un ciottolo che tu puoi dare un calcio e lo mandi via, un ciottolone gia’ non puoi dare un calcio. Ti fai male al piede, lo devi raccogliere e spostare. Allora altro enjambement come si dice in francese, altro collegamento, altra bretella come diremo oggi in linguaggio autostradale. Qual e’ la bretella del termine ciottoloni? Ci viene subito in mente l’inizio vero del romanzo che e’ un po’ piu’ in la’. Don Abbondio e’ una figura tratteggiata in maniera mirabile, questo quadro direi quasi dell’800 verista che ci fa vedere questo parroco di campagna. Ve lo leggo e’ proprio qua. “Diceva tranquillamente il proprio uffizio e talvolta, tra un salmo e l’altro chiudeva il breviario tenendovi dentro per segno l’indice della mano destra. E messa poi questa nell’altra dietro la schiena”, vedete come Don Abbondio quasi abbandona la religione per potersi incamminare nella campagna e godere della campagna. Vedete dalla sacralita’ si passa alla profanita’. “Proseguiva nel suo cammino guardando a terra”, quindi vedete guardando a terra, Don Abbondio non e’ un tipo di alta spiritualita’, e’ un tipo come diremmo noi, e utilizziamo un solecismo: e’ come la “porcacchia”, e’come Don Abbondio che resta a terra. “Guardando a terra”, non e’ capace di guardare in alto. “Guardando a terra” e sentite adesso “e buttando un piede verso il muro i ciottoli che facevano inciampo nel sentiero”. Don Abbondio li butta via i ciottoli, li butta via queste trascuratezze, tutto quello che poteva ostacolare la sua vita sedentaria, calma, tranquilla, lui tutte quelle cosettine, i disturbetti li cacciava. I ciottolini li cacciava con il piede. Allora quando noi veniamo, ritorniamo a prima, “Il lembo esterno, tagliato dalla foce dei torrenti, e’ quasi tutto ghiaia e ciottoloni”, sono cioe’ cose che non possono essere tolte con il piede, quindi vedete gia’ e’ quasi come dicesse Manzoni, ahime’ Don Abbondio fino adesso c’era riuscito a scalzare i ciottoli, adesso si incontra con un ciottolone che sono infatti i Bravi.

“Il resto” adesso guardate c’e’ una parte di differenziazione, “ghiaia e ciottoloni”. Adesso il Manzoni lascia vedere che in questo paesaggio crudo pero’ c’e’ la parte di bellezza. Lui era profondamente innamorato della sua terra lombarda e ce lo dice in tre righe che lasciano presagire il paradiso. “Il resto campi e vigne sparse di terre, di ville, di casali”, vedete come gia’ dice oh c’e’ la montagna pero’ sulla pianura ci sono le ville, i casali, in qualche parte boschi. Gia’ pare di vederli, che c’e’ un paesaggio di natura molto bella. “Boschi che si prolungano su per la montagna.”. Allora non e’ vero che le montagne sono solo ghiaia e ciottoloni e pietre. Da qualche parte la natura riesce ancora a conquistare la bellezza del paesaggio. “Lecco”, la principale di quelle terre, e che da’ il nome al territorio, “giace”. Perche’ Manzoni non dice Lecco sta, Lecco si trova. Vedete come giacere e’ nel lessico italiano un sinonimo riposare pero’, siccome mi interessa la lettura psicoanalitica, prima di tutto giace sta ferma. Giacere vuol dire Lecco sta li’, non si muove, vedete come un ciottolone, come un pietrone. Quindi c’e’ qualche cosa di stantio che impedisce la dinamica e che impedira’ infatti a Renzo di potersi difendere. L’Azzeccagarbugli che sta li’, che non muove, che difende solo gli interessi della classe dominante, e’ quasi una personificazione di Lecco che giace, Lecco che sta li’. Vedete come c’e’ questo sentimento di pesantezza. Vi diro’ di piu’, giacere nel lessico italiano e’ una parafrasi di commettere un atto sessuale, giacere con la propria moglie, giacere con una donna e’ anche l’espressione dell’atto sessuale. Allora Manzoni a mio avviso non percepiva il contenuto psicanalitico di queste sue parole, noi possiamo a posteriori pensare che Manzoni aveva bene in mente come il suo romanzo, velato e ammantato di letteratura e di prosa sublime, in realta’ e’ un romanzo rivoluzionario per quei tempi. Perche’ parlava di dettagli e di argomenti che, se fossero stati trattati in maniera volgare, potrebbero essere stati veramente molto scabrosi.

“Lecco giace, poco disposto dal ponte alla riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso quando questo ingrossa”, vedete l’acqua, l’importanza dell’acqua. Perche’ l’acqua puo’ essere salvezza e puo’ essere periocolo e quindi Lecco si trova dentro al lago. Vuol dire Lecco viene inondata dal lago quando il lago ingrossa.

“Un gran borgo al giorno d’oggi e che si incammina a diventare citta’”. Al giorno d’oggi Lecco e’ diventata grande ma ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare. “Quel borgo, gia’ considerabile, era anche un castello”, in latino castello castellum e’ un luogo in cui c’e’ una bella divisione amministrativa dei territori, c’e’ un comandante, un capo. Infatti Fermo aveva 49 castella, castella vuol dire che Fermo era un pochino come il re di un cirdondario che aveva i suoi sudditi e suoi sindaci. Quindi castellum era un borgo amministrativamente centralizzato, “era anche un castello e aveva percio’ l’onore di alloggiare un comandante”. Qui comincia la famosa ironia del Manzoni, perche’ un onore alloggiare un comandante? Vuol dire che ci deve essere qualche scherzetto qua intorno no? “L’onore di alloggiare un comandante, il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli”.

E qui e’ molto ironico, ovviamente non era un vantaggio avere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, tanto piu’ che stabile vuol dire che questi poveracci non potevano muoversi, non erano gente del posto, erano persone spaesate, e come spaesate. Vedete come c’e’ il contrasto tra l’immobilita’ di Lecco e la mobilita’ di questi soldati spagnoli che vengono dalla Spagna e boom, vengono catapultati in una prigione da cui vorrebbero evadere. Non potendo evadere, essendo quindi li’ senza famiglia, che fanno? “Insegnavano la modestia alle fanciulle e alle donne del paese”.

L’espressione di una ironia e di una eleganza incredibile che vuol dire tutto. Che vuol dire insegnavano la modestia? Vuol dire che le ragazze e le donne del paese erano gia’ modeste, perche’ la modestia ai tempi del Manzoni, e ancora di piu’ nel 1628 e’ il momento dell’azione storica del romanzo, era una caratteristica precipua delle donne di buona famiglia o comunque delle donne di decorosa condizione. Le donne immodeste erano le cortigiane, e perche’? Perche’ le cortigiane per editto della regia, o insomma per editto della potenza del governo, dovevano andare a capo scoperto. Per quello il velo e’ considerato la modestia, uno oggi ti direbbe dovrebbe essere il contrario cioe’ la persona svergognata dovrebbe coprirsi. Invece no per riconoscere le donne modeste dalle donne immodeste, che cioe’ esibivano le proprie grazie o disgrazie per poterle vendere, dovevano essere senza veli. “Quindi vi e’ piu’ le donne modeste dovevano ammantarsi di veli perche’ il soldati spagnoli glieli volevano togliere”. Insegnare la modestia vuol dire le affrontavano e le favevano diventare sfrontate. Nel lessico italiano una persona sfrontata e’ una donna immodesta, ma una donna sfrontata vuol dire anche che ha la fronte libera.

Apposta quando diciamo donna sfrontata, ragazzo sfrontato, ragazzo sfrontato e’ immodesto, inverecondo e in qualche maniera legato alla prostituzione. Sfacciato si, senza faccia, con la faccia scoperta. “Insegnavano la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavano di tempo in tempo le spalle a qualche marito”. Altra ironia, vuol dire che mica li accarezzavano ovviamente, bastonavano con i loro bastoni i mariti, a qualche padre, i mariti o i padri che volevano entrare, soccorrere le loro mogli o le loro figlie che venivano molestate dai soldati spagnoli. “E sul finir dell’estate, non mancavan mai di spandersi nelle vie”, vedete questo spandersi, come i corvi. Vedete c’e’ un altro bellissimo paragone nei Promessi Sposi di una mandria di corvi che si spande nelle campangne e questi corvi sono come i soldati spagnoli che si spandono nelle vigne, cioe’ che si sparpagliano nelle vigne quando ci sono i grappoli maturi. “Per diradar l’uve”, per diradar l’uve, per spilluccare le uve, i grappoli “e alleggerire ai contadini le fatiche della vendemmia”. Altra sublime espressione di ironia, i contadini figuriamoci la fatica e’ come quella dei buoi della giogaia di cui parlavamo sopra. Le fatiche della vendemmia sono fatiche belle, sono fatiche allegre perche’ alla fine c’e’ il premio che e’ il vino. E allora i contadini non vogliono essere alleggeriti, quindi qui sta l’ironia del Manzoni dicendo che i soldati spagnoli alleggeriscono le fatiche cioe’ sottraggono ai contadini il frutto del loro lavoro.