Conservazione, tutela e uso dei beni culturali Udine-Trieste, 10-12 settembre 2009
Il caso latinoamericano. Riflessioni e proposte a quarant’anni dalle “Norme di Quito”Udine-Trieste, 10-12 settembre 2009
03 settembre 2009
Il Centro Internazionale Alti Studi latinoamericani che ha sede presso l’Università, ha organizzato una Conferenza Internazionale Italia-America Latina su “Conservazione, tutela e uso dei beni culturali”, che avrà luogo a Udine e a Trieste dal 10 al 12 settembre prossimo.
Ne è organizzatore e coordinatore Mario Sartor, docente di Storia dell’arte latinoamericana e presidente del Centro.
L’inziativa parte dalla considerazione che il nostro Ateneo ha visto sorgere il primo corso di laurea in beni culturali che si abbia avuto in Europa, e crescere e svilupparsi il Centro Internazionale, che ha lo scopo di studiare e diffondere la conoscenza delle relazioni culturali e artistiche tra l’Italia e i paesi latinoamericani, oltre che che a diffondere la conoscenza della cultura latinoamericana in vari ambiti.
La specificità del corso di laurea, la qualificazione e peculiarità degli insegnamenti (molti dei quali unici in Italia), ne fa un punto di riferimento a livello nazionale ed internazionale, e giustifica l’iniziativa di portare il dibattito sui beni culturali verso un Continente, come quello latinoamericano, che ha un patrimonio con una delle densità più alte al mondo.
Scopo principale della Conferenza è quello di mettere insieme l’esperienza italiana sul tema dei beni culturali e quella latinoamericana per giungere ad un confronto ed al rilancio, se possibile, della conservazione e tutela in un’epoca come la presente in cui i rapidi cambiamenti dovuti ai processi economici rischiano di compromettere secolari equilibri o di perdere patrimoni sia tangibili che intangibili che costituiscono la base e la sostanza del vivere.
Partecipano alla Conferenza studiosi di fama internazionale, i rappresentanti delle istituzioni internazionali che si occupano del patrimonio culturale e numerosi rappresentanti del mondo politico.
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A quarant’anni dalla emanazione delle “Normas de Quito”, che furono il punto di incontro dei Paesi latinoamericani sul tema di conservazione e uso dei monumenti e dei luoghi di interesse storico e artistico, si impongono numerose riflessioni sull’efficacia di applicazione e la correttezza dell’impostazione di dette norme.
Fermo restando che hanno costituito un punto di riferimento importante e, si direbbe, essenziale per il mondo latinoamericano in relazione ai centri storici, ai beni architettonici e ai complessi monumentali, avendo come punto di riferimento la Carta di Venezia del 1964, la loro applicazione, quando è avvenuta, sembra sempre più essersi sbilanciata a favore di quella realtà più rilevante, dei grandi complessi archeologici e dei centri urbani di cui hanno garantito, in modo diverso, la sopravvivenza e la valorizzazione a beneficio del turismo culturale. In questa direzione infatti si è posta gran parte delle attività congressuali e degli incontri che periodicamente si sono svolti in diversi Paesi, favorendo una lettura che ha corretto talora la visione, ampliandola anche in favore del paesaggio e di altri beni che hanno a che vedere con la cultura popolare. È rimasta tuttavia dominante, anche perché più pressante economicamente e perché in alcuni casi dettata dall’emergenza, la visione commerciale e turistica, a detrimento del coinvolgimento della società sottesa a tali beni.
La prosecuzione dell’indagine e delle attenzioni in termini antropologici e in termini sociologici sembra tuttavia imporre un nuovo sguardo e la riformulazione tanto dei termini conservazione, tutela e uso, quanto l’ampliamento del concetto di bene culturale.
Si fa dunque necessaria una riflessione più matura, che non vanifica la bontà di tanti documenti, ma li indirizza verso una nuova e globale presa di posizione che, riflettendo più correttamente sul concetto di bene culturale che su quello di “monumenti e luoghi di interesse storico e artistico”, ne promuova una nuova visione e ne valorizzi –per una tutela più estesa e una fruizione più completa- i diversi aspetti che abbracciano sia i beni tangibili che quelli intangibili.
Oggetto dell’attenzione dovrebbe farsi non solamente il bene monumentale o il centro storico come manufatti di forte evidenza e di peculiari fatture, ma tutto un contesto, costituito tanto dall’ambiente nel suo complesso come dalla comunità umana che ne è l’erede naturale, la società che va vista e interpretata nelle sue trasformazioni, ma anche nelle sue necessità di riferimenti culturali per affermare –o riaffermare- il suo senso di appartenenza e di identità.
-Il patrimonio deve essere considerato pertanto, al di là dell’idea di consumo turistico, come fonte di identità dentro la comunità sociale e produttiva in cui si trova; ne va garantito quindi un uso sociale.
-Va introdotto il concetto di patrimonio culturale immateriale (secondo la lettura proposta dalla Conferenza Generale dell’UNESCO), da considerarsi come bene storico, e pertanto parte indispensabile per la coscienza e l’identità della comunità in cui si è sviluppato e formato come interazione di varie forze indigene ed allogene.
Per questa sua appartenenza al territorio, debbono considerarsi coinvolte tutte le risorse umane che vi insistono, in modo da consentire la motivata sopravvivenza e sviluppo delle lingue locali, della letteratura orale (come insieme di credenze, di narrative storiche e mitiche –il riciclo della storia e l’attualizzazione del racconto-) il teatro e le feste popolari, l’effimero nelle manifestazioni religiose e civili, l’organizzazione di spettacoli tradizionali, la musica, la danza, l’artigianato secondo la tradizione e la cultura materiale –dalla ceramica ai tessuti, dalla lavorazione del legno e dei metalli a quella del vetro-, compresa quella alimentare.
-Va riconsiderato il paesaggio antropizzato e il paesaggio culturale come fattore identitario e come bene caratterizzante aree regionali e geoculturali, con le necessarie riflessioni sui cambiamenti, le introduzioni di specie arboree allogene, la perdita di quelle locali.
-Va rivisto il ruolo dei luoghi di peregrinazione, dei santuari antichi e nuovi, come itinerari dello spirito dai profondi significati culturali religiosi e laici: non va dimenticato che nella formazione dell’identità nazionale i luoghi legati al culto religioso e quelli legati alla formazione degli stati nazionali hanno avuto e continuano ad avere un significato di coesione sociale e di appartenenza.
In questo senso, va rivalutata anche la funzione delle biblioteche e degli archivi, in particolare di quelli che, appartenenti a privati o a comunità religiose, potrebbero indurre ad una improvvida alienazione.
-Va esteso il concetto di bene anche alle grandi manomissioni che storicamente hanno determinato, per ragioni di produzione agricola, di difesa del territorio, per regolamentazione delle acque, profondi cambiamenti, tali da rendere peculiari alcune regioni: da quelle andine delle culture preincaiche e incaiche sui versanti montuosi, a quelle delle regioni caraibiche sulle zone costiere (le reti di drenaggio e di navigazione).
-È opportuno inoltre condurre una riflessione sulla biodiversità e sulla necessità di un corpus legislativo adeguato a tutelarle. Molte regioni latinoamericane sono a rischio in quest’ambito: la perdita della biodiversità a causa della introduzione massiccia di monoculture transgeniche, ha come conseguenza non solamente la perdita delle specificità del paesaggio agrario tradizionale, ma anche quello della tradizione alimentare e, per induzione, anche quello delle tradizioni e costumi.
-La riflessione sul rapporto centri urbani-aree rurali dovrebbe indurre anche a riconsiderare il rapporto dialettico tra i diversi livelli e le diverse proiezioni culturali in aree regionali caratterizzate fortemente dalla presenza di gruppi etnologicamente omogenei.
Deriva da quanto sopra un quadro complesso, che suggerisce di approfondire e riformulare il concetto di patrimonio e di bene culturale come quell’insieme di valori e di segni coerenti che danno significato alla vita umana e che comprendono tanto le opere materiali come quelle immateriali e intangibili. Allo stesso modo, preservando le necessarie dinamiche economiche e le esigenze di un turismo intelligente e sostenibile, varrebbe la pena di introdurre anche (e, si direbbe, soprattutto) nei Paesi latinoamericani la formula degli ecomusei, come musei aperti, di un territorio, che coinvolgono operativamente e produttivamente anche le popolazioni che ci vivono, rendendole protagoniste, rivitalizzando i beni immobili ogni qualvolta è possibile, e consentendo, con un uso equilibrato e consapevole della tecnologia e dei saperi tradizionali, una migliore qualità della vita dei suoi abitanti resi responsabibili e partecipi, perché coscienti di essere attori culturali. Ne va di conseguenza la necessità di favorire la elaborazione culturale così come di formare una nuova consapevolezza. La promozione sociale non solo può essere strumento dunque di miglioramento della qualità della vita, ma può animare anche quel turismo culturale interno che, nella dialettica globalità-localismo del mondo contemporaneo, è utile per una migliore definizione della propria identità non come fatto escludente, ma includente.