“Boldini nella Parigi degli impressionisti”

Dall'Italia agli Stati Uniti, per scoprire il significato del soggiorno a Parigi

13 settembre 2009

 

 

Dal 20 settembre al 10 gennaio 2010, a Ferrara, debutta a Palazzo dei Diamanti, la mostra “Boldini nella Parigi degli impressionisti”.

Organizzata da Ferrara Arte, in collaborazione con le gallerie di Arte Moderna e contemporanea Museo Giovanni Boldini ed insieme al Clark Art Institute di Williamstown (Massachussetts), l’esposizione prevede, dopo la tappa italiana, l’esordio assoluto del pittore ferrarese, in un museo statunitense di grande prestigio.

 

La mostra presenta la produzione artistica di un periodo ancora poco studiato del celebre ritrattista ferrarese- quello che va dal 1871 al 1886, durante il quale Boldini si trasferì a Parigi e si dimostrò artista poliedrico e geniale, capace di innovare persino, l’affermata tradizione del quadro di genere.

Un centinaio di tele provenienti da collezioni pubbliche e private, europee ed americane, raccontano la cruciale evoluzione artistica del pittore tra i fermenti impressionisti della ville lumiére e si offrono come spunti di riflessione per la comprensione del percorso che porterà il nome di Boldini, a diventare il più richiesto tra i ritrattisti dell’alta società.

 

Esperienza che segna il passaggio dalla tecnica macchiaiola alla maniera  dei quadri della sua maturità novecentesca, il soggiorno parigino permette all’artista, di incontrare personaggi illustri quali Degas, Manet, Renoir, Fortuny e Meissonier.

Nel suo studio sull’avenue Frochol e poi, in quello a Place Pigalle, Boldini affida al più importante mercante d’arte parigino, Goupil, una quantità enorme di tele commissionate da personaggi europei ed americani, distinguendosi per la sua capacità di innovazione sia nel quadro di genere, sia nell’interpretazione della vita moderna, delle vedute della città e della periferia parigina.

Il dato più significativo della sua ricerca, però, è rappresentato dalla raffigurazione della figura femminile, intesa attraverso una fulminea intuizione psicologica e sfiorata dalla trattenuta passionalità dell’artista.

“Creature disinibite” che “affermano la loro autodeterminazione di individui maturi ed emancipati, pienamente consapevoli della propria femminilità”- così descritte da Panconi (2008), le donne di Boldini si muovono negli interni d’atelièr o a teatro come nei boudoir, vivendo in eterno, immortalate nel fuggevole istante di una spontaneità rivelatrice.

La mostra ferrarese non manca infatti, di sottolineare la rivoluzione spaziale del percorso boldiniano: come aveva fatto inAutoritratto mentre osserva un dipinto”, abbandonando il modello del ritratto a mezzobusto, rigidamente inquadrato frontalmente, il pittore coglie adesso, il soggetto in pose imponderabili: di spalle, in Donna in nero che guarda il "Pastello della signora Emiliana Concha de Ossa ed in un momento di flessuosa contorsione ne “La cantante mondana”.

Questa intuizione si colloca così, come anticipazione di una ricerca che caratterizzerà molti tra gli artisti del Novecento (si pensi ad Egon Schiele): sarà infatti, attraverso il ritratto e l'autoritratto, soprattutto femminile, reintepretato nella ricerca spaziale di un punto di vista inafferrabile e diverso del corpo, che si ricercherà il mezzo per scoprire l'identità propria e l'alrui. 

 

Una mostra che offre ai visitatori molteplici, insondate, chiavi di lettura e si propone come promotrice di un artista che in passato, raccolse attorno al suo estro le commissioni di gran parte dell’Europa e dell’America e che ancora oggi, riunisce attorno a sé ed alla sua arte, l’interesse internazionale.

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