ANDREA DE CARLO ALL’IIC DI SAN FRANCISCO

L’autore apre la IX Settimana della Lingua Italiana

22 ottobre 2009

Un salotto d’eccezione si è riunito lunedi’ 19 ottobre, presso l’Istituto Italiano di Cultura di San Francisco, per accogliere Andrea De Carlo, in visita per presentare la traduzione in lingua inglese del suo romanzo Giro di Vento (Bompiani, 2004, pubblicato in U.S.A. da Rizzoli con il titolo Windshift nel 2006). Durante la prima parte del ricevimento, l’autore ha incontrato le sue lettrici e i suoi lettori con fare amichevole e informale. Ha riscaldato tutti con un placido sorriso e grande serenita’ interiore. Ha risposto alle domande di un pubblico particolarmente attento ed entusiasta. Fra i presenti anche Diletta Torlasco insieme agli studenti dell’Istituto Italiano Scuola che hanno adottato il libro di De Carlo come lettura didattica per il corso di lingua.

Varie le tematiche affrontate, grazie alle molteplici osservazioni di un pubblico particolarmente acuto e coinvolto. De Carlo ha esordito raccontando il paradosso del suo mestiere che è, a suo dire, doloroso, in quanto ogni scrittore è il peggior critico di se stesso, e allo stesso tempo divertente, perchè gli è concessa la rara opportunità di comprendere ed acquisire i punti di vista più svariati.

Proseguendo, con fare colloquiale, l’autore ha abbozzato la trama e le peculiarità dei suoi protagonisti. Margherita, conduttrice televisiva; Arturo, antiquario di successo, appena separatosi da moglie e figli; Enrico, architetto pignolo e diffidente, sposato con Luisa, sensibile e attenta, impiegata in una casa editrice; Alessio, agente immobiliare scaltro e navigato che accompagna i quattro amici in questo weekend movimentato. Questi i personaggi di Giro di Vento che e’ piuttosto ispirato ad un giro di metafore: lo stesso titolo, nome della località in cui si svolge la vicenda, prelude ai turbinosi mutamenti con cui i personaggi dovranno scontrarsi.

La fuga dagli eccessi della società consumistica è un topos letterario caro a De Carlo: un bucolico desiderio di ritorno alla quiete, alla semplicità, associato ad un imprevedibile evento che evidenzia rapporti conflittuali da troppo tempo irrisolti. Sembra, a volte, di trovarsi in uno dei caprichos di Francisco Goya con la critica a vizi e miserie umane, spesso in chiave caricaturale e satirica, li’ dove “Il sonno della ragione genera mostri”.

“Le mie, spesso, sono storie di non appartenenza al punto di partenza - ha spiegato De Carlo - mi diverte presentare vicende in cui i personaggi restano bloccati, perchè offrono straordinarie occasioni per studiarne comportamenti e interazioni”. Un romanziere che si fa antropologo, insomma, che priva i suoi personaggi di tutti quegli strumenti di controllo e di successo, come il cellulare, che gli hanno permesso, sino a quel momento, di  avere piena padronanza dei loro territori e delle loro vite, per poi metterli a nudo e in rapporto diretto tra di loro. Poi è l’io narrante ad avere la meno perche’ “i personaggi non sono burattini del romanziere – ha spiegato l’autore - ma acquisiscono vita propria e spesso impongono delle svolte imprevedibili all’interno della storia che si vuole raccontare”. Si scatena dunque un complesso gioco conflittuale tra gli attori e tra di essi e la natura di un non-luogo senza luce e senza confort, situato nelle campagne dell’Umbria, che De Carlo tratteggia con maestria e in cui emerge l’entusiasmo per la vita rustica di campagna. Il tutto raccontato in un tempo presente che non lascia spazio per nascondersi e in cui non c’è abbastanza tempo per la riflessione ma piuttosto è fatto di sensazioni del momento, come ha opportunamente sottolineato uno dei lettori, suscitando la soddisfazione dell’autore.

Altro tema pregnante affrontato dallo scrittore è stato quello della traduzione che lui stesso ha realizzato per la prima volta. “Ho voluto cimentarmi nel ruolo di interprete di me stesso – ha dichiarato - perchè anche quando mi sono affidato ai più esperti traduttori non mi sono sentito mai pienamente rappresentato”. È cosi che nella versione inglese compaiono anche pagine inedite, come le riflessioni di Luisa sui paesaggi che scorrono lungo il viaggio in macchina. Piccole licenze che, in quanto autore e traduttore di se stesso, De Carlo ha potuto e voluto concedersi. “L’italiano è una lingua ufficiale recente – ha proseguito l’artista - in certi casi troppo rigida, mentre l’inglese è più elastico ed ammiro la sua straordinaria capacità di assimilazione che lo rende più conforme alla creazione di neologismi”. La necessità di trovare nuove forme espressive e distaccarsi dal linguaggio medio, dunque, confessata al cospetto delle opere di un grande sperimentatore linguistico come Depero, ancora in mostra presso la galleria dell’Istituto fino al 4 dicembre.

Un autore, infine, nel cui petto batte un cuore verde perché De Carlo ha più volte menzionato di partecipare alla campagna di Greenpeace “Scrittori per le foreste”: i suoi libri sono stampati su carta riciclata senza uso di cloro o su carta certificata FSC (che unisce fibre riciclate post-consumo e fibre vergini provenienti da buona gestione forestale e da fonti controllate).

Al secondo atto di questo appuntamento De Carlo ha consacrato l’apertura della IX Settimana della Lingua, accompagnato dagli onori della direttrice dell’Istituto, Amelia Carpenito Antonucci. Un pubblico più allargato ha accolto lo scrittore. Tra i presenti anche il console generale Fabrizio Marcelli, Ottavia Bassetti (Friends of FAI), Maria De Venezia (COMITES), Margherita Heyer Caput (UC Davis), Elisabetta Nelsen (SF State University) e Caterina Labriola con gli studenti della classe 102 del College of Marin. A presentare l’autore, Christopher Concolino, docente di Lingua e Letterature Straniere presso la San Francisco State University, che ha brillantemente recensito la produzione letteraria dello scrittore, rintracciando nelle sue opere anche alcuni classici della letteratura italiana, come “Le smanie per la villeggiatura” di Carlo Goldoni.

In conclusione, Andrea De Carlo ha omaggiato i suoi spettatori con la lettura di alcuni brani del suo romanzo, interpretandoli con grande pathos e un pizzico di ironia, come solo l’ideatore di quelle pagine poteva fare.

 

Daniela Lauria

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