ALLEVI E LA SUA “STREGA CAPRICCIOSA” A SF
Il musicista all’ IIC e al SF Jazz Festival insieme a Patrizia Scascitelli
07 novembre 2009
Un eccitante weekend pianistico, diviso in tre atti, quello promosso dall’Istituto Italiano di Cultura di San Francisco. Si incomincia con una videochat con il pianista Giovanni Allevi, organizzata lo scorso venerdi 30 ottobre dagli stagisti dell’Istituto e dalla direttrice, Amelia Carpenito Antonucci. Una chioma riccioluta e spiritosa, che a tratti ricorda quella del tastierista Bruno del noto telefilm “Saranno Famosi”, spunta dalla webcam ed entra nelle case e nei cuori di centinaia di utenti connessi per porre, senza filtri, ogni genere di domande. Informale e brioso il colloquio che ne esce fuori, abilmente condotto da Delio Colangelo. Gli stagisti si sono serviti di una comunissima piattaforma per videcochat e hanno pubblicizzato l’incontro virtuale su Facebook, Twitter e tutti i network di ultima generazione. Un’esperienza pionieristica che, come tutte le idee brillanti e stimolanti ha suscitato l’interesse di molti. Allevi dà consigli e infonde speranza, parla di una forza distruttiva che è la paura e invita tutti a non soccomberle inermi. Confessa le sue preferenze in fatto di letteratura e filosofia, rispettivamente Paulo Coehlo e Friederich Hegel. Infine saluta con la dolcezza che lo contraddistingue e suona un pezzo di chiusura per omaggiare tutti del calore che ha ricevuto.
Il secondo atto è sempre all’Istituto, il protagonista è nuovamente lui, emozionato più che mai per la sala gremita di ospiti, risponde alle domande del musicologo dell’Istituto Luciano Chessa. Esordisce raccontando della sua strega capricciosa, la musica, che lo va a trovare ogni notte quando cerca di dormire. Nella sua testa è perfetta poi corre a scriverla e a suonarla, ma è solo con l’intelligenza e il cuore del suo pubblico che acquista emozione e significato. “Non cerco la perfezione, cerco l’emozione” dichiara e si proclama libero di seguire la sua strega senza troppi pensieri in un voluttuoso abbandono ai sensi e all’irrazionale. La definizione che dà della sua musica è classica contemporanea, trae origine dalle strutture della tradizione classica europea, come la romanza senza parole, la toccata o lo scherzo e si apre alla contemporaneità con l'introduzione di alcuni elementi tipici dell'oggi. Questo aggiornamento del linguaggio musicale fa sì che la sua musica sia riconosciuta anche dai più giovani come qualcosa che appartiene al nostro tempo. E precisa che la sua non è nemmeno assimilabile alla musica jazz perchè non improvvisa dato che è troppo ansioso e spaventato da qualsiasi cosa che non sia ben definito da infondergli sicurezza. A tratti futurista nel rapporto con gli accademici, perchè non sopporta l’immobilità di un passato opprimente, si appella allo Spirito del Tempo di Hegel, che muta costantemente, per spiegare come è riuscito a trovare l’entusiasmo per cominciare a comporre nonostante le riserve di chi, in gioventù, lo ha ostacolato obiettando che ormai era già stato tutto scritto. Ma allo stesso tempo anche lui ama i grandi del passato: Bach, Chopin, Rachmaninov, Stravinsky e Debussy, i classici che preferisce.
Un sound romantico e sonorità variegate trovano poi, un’efficace sintesi nei suoi pezzi che suona intervallando il gioco dell’intervista, quando l’emozione diventa troppo forte. Sembra, infatti, che trovi pace solo quando le sue mani toccano i tasti bianchi e neri. Tra i brani eseguiti i soavi accordi di Back to Life con i quali Allevi ha voluto scrivere un inno alla rinascita spirituale di chi trova lo slancio per ricominciare. E ancora atmosfere trasognanti con Go with the Flow, raggi di luce intensa con “Monolocale 7.30” e suoni jazzati e ballerini con “Qui Danza”. Il pubblico in sala è sorridente e addolcito perchè Allevi è ansioso di raccontare la genesi di ogni sua opera e così, quando lascia trepidante la sedia dell’intervistato per andare incontro allo sgabello del pianoforte, spiega la sua musica con aneddoti di vita reale e un fare simpatico e un pò naïf. Ecco, allora, che si scopre che Panic, il pezzo d'apertura, dolce e intriso di timore reverenziale verso la vita, è nato durante il trasporto in ambulanza dell’artista, in seguito ad un attacco di panico avuto una notte mentre rientrava a casa a Milano. Un ragazzo inibito, insomma, che paradossalmente riesce a dominare il palcoscenico manifestando tutta la sua fragilità e regalando straordinarie sensazioni a chi lo ascolta. Grande, infine, è la dolcezza e la commozione quando al termine della serata sopraggiunge la sorpresa: la direttrice Amelia Carpenito Antonucci e il console generale Fabrizio Marcelli lo insigniscono del premio “Lawrence Ferlinghetti”, istituito lo scorso 10 settembre in riconoscimento del valore artistico e culturale di artisti italiani o italoamericani.
Al terzo atto, un cono di luce illumina il palco senza scenografia, ospite soltanto il principe degli strumenti: il pianoforte. Ad avvicendarsi, dinanzi alle quinte del ventisettesimo San Francisco Jazz Festival, Patrizia Scascitelli e Giovanni Allevi. Jazzista lei, vanta nel suo curriculum collaborazioni con leggende del calibro di Don Cherry, Maxine Sullivan, Clifford Jordan, David "Fathead" Newman, Buster Williams e molti altri. Piacevole ed effervescente, sorprende il suo pubblico anche con vivaci arrangiamenti di alcuni pezzi dei Beatles. Poi il nostro ospite torna a far vibrare le corde di quel pianoforte. Questa volta il repertorio è più ampio e l’energia che si sprigiona infonde nuova piacevolezza e trasporto. Il pubblico in sala, entusiasta, acclama l’artista alzandosi in piedi. Dopo il successo ottenuto al celebre Blue Note di New York, questo “eccentrico ragazzo timido”, che infonde filosofia ai suoi pentagrammi, conquista anche la West Coast, congedandosi con grande affetto e ilarità.
Daniela Lauria
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