“Sono innamorato delle parole”
Erri de Luca presenta Il peso della farfalla in conversazione con Michael Moore
07 aprile 2010
Giovedì 1 aprile lo scrittore e giornalista Erri de Luca ha presentato presso l'Istituto Italiano di Cultura di San Francisco l'ultimo romanzo breve Il peso della farfalla, in dialogo con il suo traduttore Michael Moore. In piedi, ha letto l'incipit; la voce era ferma come lo stile: “Sua madre era stata abbattuta dal cacciatore. Nelle sue narici si conficcò l’odore dell’uomo e della polvere da sparo. Orfano insieme alla sorella, senza un branco vicino, imparò da solo.” È rarefatta, concentrata la sua scrittura; ridotta a una struttura essenziale, narra un evento, ma ne è soltanto una delle infinite trascrizioni possibili.
Voce importante nella letteratura italiana contemporanea, recentemente definito "lo scrittore del decennio" dal critico Giorgio De Rienzo, Erri de Luca è anche poeta e traduttore. Ne Il peso della farfalla racconta però una storia, nella forma di un romanzo breve - la storia di due solitudini diverse, tese verso uno scontro imminente: da un lato il re dei camosci, solitario e orgoglioso, ormai stanco, che da anni ha imposto al branco la sua supremazia. Dall'altro, l'assassino di sua madre, un bracconiere, che impropriamente porta anche lui il nome di "re dei camosci" - per quanti ne ha uccisi. De Luca spia i percorsi dei protagonisti fino al loro convergere in un abbraccio mortale. Il palcoscenico insidioso sono le Dolomiti, la voce narrante è neutrale come quella del corso impassibile della natura. "In ogni specie sono i solitari a tentare esperienze nuove," ha detto l'autore – un’allusione alla sua persona, forse, tenendo conto che scrive “sempre su se stesso.”
Il linguaggio scarno pone non pochi problemi al traduttore e interprete Michael Moore, residente a New York, che nel corso del dialogo ha sottolineato la parsimonia di aggettivi nel testo e il proliferare, invece, di sostantivi densi, quali terra, montagna, uomo, branco, cielo – termini da tradurre con particolare cautela, per il loro peso potenziato dalle ripetizioni, e con obbedienza al senso originale. I ruoli dello scrittore e del traduttore, la subordinazione del secondo rispetto al primo, le differenze tra lettore e scrittore hanno costituito i nuclei tematici dell'interessante dialogo, insieme a una riflessione appassionata sul potere della parola. Potere che emerge esemplarmente, per De Luca, nella narrazione biblica della creazione, che lui stesso ha tradotto dall'ebraico antico. “Prima ancora che a Dio, nella versione originale del testo, il potere di creare è conferito alla parola”, ha spiegato; per poi affermare: “Sono innamorato delle parole. Sono innamorato di questo mezzo che ci permette di esprimerci.” Come nei suoi testi, anche durante la conversazione De Luca si è rivelato nitido nella forma, misurato ed essenziale nel definire il corso dei suoi pensieri, senza ricorrere a perifrasi, sinonimi o artifici stilistici di alcun tipo.
Eccezionale l'interesse del pubblico, attirato all'Istituto Italiano di Cultura già lunedì 29 marzo in occasione della presentazione di Slow Economy, l'ultima pubblicazione del giornalista Federico Rampini, presente anche giovedì sera. A fare gli onori di casa, la direttrice dell’Istituto Amelia Carpenito e il console generale d’Italia a San Francisco Fabrizio Marcelli, in quello che si è rivelato essere un evento cruciale: è nel lavoro di traduzione, approfondito nel corso della conversazione in tutte le sue implicazioni, che avviene il primo importante processo di mediazione tra culture, presupposto essenziale per ogni conoscenza dell’altro.
Maria Bremer
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