I giorni della paura

Mastrogiacomo racconta la sua esperienza di ostaggio

30 aprile 2010

“Il mio nome è Daniele Mastrogiacomo. Sono un giornalista di Repubblica, mi trovo qui in Afghanistan. Il nome di mio padre è Mario, il nome di mia madre Franca Lisa”. Aveva scosso l’Italia l’incipit del primo video diffuso dopo la cattura del corrispondente Mastrogiacomo, il 5 marzo 2007. Nell’intento di intervistare il comandante talebano Mullah Dadullah, era stato preso in ostaggio insieme al suo interprete Adjmal Nashkbandi e all’autista Sayed Haga. Gli ultimi avevano trovato la morte, Mastrogiacomo la libertà - al prezzo di quindici interminabili giorni di paura.

 

Mercoledì 21 aprile 2010, tre anni dopo, il giornalista italiano porta la sua esperienza in America. Presenta, presso l’istituto italiano di Cultura di San Francisco, Days of Fear, I giorni della paura, il libro che narra la sua esperienza di ostaggio, in conversazione con l’esperto di politiche internazionali Mark Danner. Scrivere è esorcizzare. Oggettivare l’esperienza vissuta, confinarla in un numero definito di pagine, rivestirla di un linguaggio che possa aiutare il mondo a comprendere, e - in qualche misura - a condividere. Inizialmente accusato di essersi introdotto illegalmente nel territorio talebano e scambiato per un agente britannico, Mastrogiacomo era stato minacciato ripetutamente di morte; fino a quando i sequestratori non appurarono la sua vera identità e chiesero, per il suo rilascio, che l'Italia ritirasse il proprio contigente militare dall'Afghanistan. In seguito alle trattative, che videro protagonista il collaboratore di Emergency Rahmatullah Hanefi, si arrivò al rilascio del giornalista italiano il 19 marzo, in cambio della liberazione di quattro prigionieri talebani.

 

Mastrogiacomo è uscito dalla solitudine del trauma. Ce ne rivela ora il risvolto umano, l’esperienza della propria impotenza, il confronto con la morte che trascende, emblematico, il destino del singolo e rimanda alla natura umana in senso lato. “Ero arrivato al punto in cui la mia fine mi appariva certa. È stato come varcare una soglia. L’ho accettato, e in quel momento la tensione ha cominciato a calare” – ricorda il giornalista. Nel libro, come nel racconto di mercoledì sera, questioni storiche, politiche e religiose, strategie militari e scontri tra culture sembrano prendere il sopravvento sulle caratteristiche comuni, strutturali dell’uomo. Fino a fare la differenza tra la vita e la morte. Ma forse è proprio nella descrizione dei bisogni, delle reazioni e delle sensazioni più universali, come la fame e la sete, la sofferenza fisica, la paura della fine e il desiderio di sopravvivenza che può essere trovata la chiave per una diversa comprensione dell’altro e della vita. “Come l’ha cambiata questa esperienza?”, è stata una delle domande del pubblico. Mastrogiacomo ha risposto da uomo nuovo, sottolineando le variazioni nella scala delle sue priorità, nella percezione degli altri, e un profondo sentimento di gratitudine. “Si sa come sono i romani”, ha poi scherzato, “ci arrabbiamo per tutto. Io non mi arrabbio più.”

 

Delicati i temi toccati, nel corso del dialogo, per il forte carico emotivo dell’esperienza vissuta, per le implicazioni politiche dell’accaduto che tornano ad assumere un peso attuale a fronte dell’instabilità politica dell’Afghanistan e delle recenti catture degli operatori di Emergency. Abilissimo però l’interlocutore Mark Danner a riassumere e condensare la narrazione emozionale di Mastrogiacomo, compensandola con la personale, profonda conoscenza della situazione politica mondiale. I nuclei tematici del dialogo hanno interessato, oltre all’esperienza del giornalista in senso stretto, i costumi e le abitudini dei talebani, la necessità di comprendere la storia afgana, e considerazioni finali sulla missione del corrispondente che è tenuto, così Mastrogiacomo, a correre rischi perché il mondo abbia accesso alle informazioni più attinenti alla realtà. Senza ricerca sul campo non può dunque esserci conoscenza, né comprensione. Forte l’impatto sul pubblico, che ha lasciato l’Istituto arricchito di spunti da approfondire, su un piano politico e letterario, ma in primo luogo umano.

 

Maria Bremer

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