Il Diritto alla Propria Identità Culturale

come diritto fondamentale dell’uomo contemporaneo.

09 giugno 2010

 Lo sviluppo economico del mondo moderno, basato essenzialmente sul profitto, trascina con se’ una serie di conseguenze percepibili, difficilmente quantificabili, essenzialmente impossibili da evitare.

      
Il grande filosofo francese Rene Guenon scriveva, con profetica intuizione, che in un mondo dominato dagli affari, ci sarebbe stato sempre meno spazio per la tradizione, lo spirito, l’identificazione con il proprio passato culturale diversificato dalle altre culture.
      
Questo concetto, espresso più di 60 anni fa, trova una drammatica rispondenza con lo stato dell’uomo contemporaneo. Ormai siamo tutti abituati ad accettare le conseguenze della cosidetta ”globalizzazione”, portato inevitabile del progresso all’occidentale. I modelli tecnologici e scientifici dei paesi economicamente avanzati (che sono poi i grandi Paesi industrializzati dell’occidente) sono stati trapiantati, come organi stranieri in un corpo debilitato, nelle economie in transizione degli altri Paesi. Non ci sono stati fenomeni apparenti di rigetto, poiché i mezzi di comunicazione di massa hanno eliminato tutti gli anticorpi. Sempre più la gioventù si uniforma a modelli culturali pubblicizzati in tutto il mondo alla stessa maniera, con le stesse modalità, o la stessa forza persuasiva e quasi ipnotica.
 
Ecco pronunciata la parola chiave: la cultura. La cultura globalizzata non è solo stile di vita, ma è invidia, ambizione, battaglia, sopraffazione, alienazione, e come risultato, insoddisfazione. Tanto per riprendere la metafora precedente, ci siamo mai chiesti quali emozioni provi un uomo a cui è stato trapianto il cuore di un altro uomo? Il suo cervello penserà come prima; la connessioni logiche saranno le stesse; ma come avverrà la misteriosa alchimia che sovraintende alle reazioni emotive, alla gioia, al dolore, all’entusiasmo, alle disillusione? Tutte cose che gli antichi situavano, appunto, nel cuore e che alcune branche della ricerca contemporanea attribuiscono ad elementi ancora sconosciuti che vanno bene al di là di pure connessioni chimiche.
 
Possiamo però constatare quale sia lo stato d’animo di popolazione la cui cultura è stata invasa da concetti e valori estranei, non sedimentati nel terreno dell’inconscio e quindi pronti a spazzare tutto e ad essere a loro volta spazzati via dalla prima burrasca.
 
Accludo, al titolo di esempio, un messaggio che mi è stato inviato da uno studente dell’Università Hangzhou dopo una mia conferenza sui rapporti tra economia e cultura. Questo studente,”rarissma avis” tra centinaia di milioni di suoi simili che inseguono il cosidetto”sogno cinese ”(ultimo fenotipo del “sogno americano”) si interroga sull’abbandono della propria cultura da parte dei suoi consimili, domandandosi perché un italiano come me sia fiero delle sue tradizioni e un ragazzo cinese non ritiene che valga la pena fare altrattanto.
 
Considero la mia missione in Cina, un paese che cambia a ritmo frenetico, come un vero privilegio per chi, come me, ha fatto della sua vita una battaglia del recupero dei valori tradizionali, e come un tentativo di far si’ che i ragazzi cinesi siano fieri della propria plurimillenarica identità culturale, come i ragazzi italiani in qualche maniera sono riusciti a non perdere del tutto di vista la propria italianità.
 
È questo che io chiamo ” il diritto fondamentale alla propria identità culturale”. È la fierezza della propria tradizione, il senso di appartenenza ad una terra e ad un filo ininterrotto di valori, la  propria osservazione di ciò che è bene e di ciò che è male, di ciò che è bello e di ciò che è brutto.
 
Essere attaccato alle proprie radici e’ requisito fondamentale della qualità della vita, intesa come appartenenza ad un “ecosistema culturale”. Il contrario della parola “alienazione” è la parola identità. In questi giorni tutti gli italiani del mondo celebrano la “giornata della memoria” in nome dell’olocausto ebreo. Che cosa ha fatto tenacemente attaccare alla vita i sopravvissuti di Auschwitz? È la coscienza della propria unicità culturale intesa come scrigno di sapere, di volere, di sentire.
 
Il diritto fondamentale alla propria identità culturale è il diritto alla memoria di sé, come individuo e come popolo. L’alienazione è la morte; la memoria è la vita. Chi non ha memoria non ha emozioni, non vive, non ha obiettivi; deve rincorrere a paradisi artificiali o deve rincorrere un paradiso perduto e non piu’ ritrovato, come gli zingari o i popoli nomadi costretti a solidificarsi in un territorio specifico, il proprio universo.
 
L’Europa, in un’espressione ormai abusata, è un”crogiuolo di razze”. Con la recente annessione dei nuovi paesi balcanici, il numero di culture ricomprese nel termine geografico “Europa” diventa sorprendente. Assistiamo a movimenti migratori senza precedenti, sia all’interno dell’Unione Europea, sia di extraeuropei che si affollano in massa verso il nostro continente. La maniera più facile per sopravvivere è integrarsi. Questo si fa spesso a spese della propria cultura e delle proprie tradizioni, che sopravvivono in alcuni patetici aspetti di folklore, denudato delle proprie ragioni e radici spirituali.
 
Ritengo che il diritto alla propria identità culturale, che potrebbe essere sancito dall’Unione Europea come un diritto fondamentale, possa dare la forza all’individuo e alla popolazione di sostenere la propria unicità senza dovere rincorrere ad ”espedienti mimetici” per potere evitare di essere bollati come estranei. Tale diritto è un diritto alla fierezza e ha come prodotto la conservazione delle differenze culturali, così protette dall’Unione Europea in altri settori come l’agricultura, la scienza, e in parte anche la scienza sociale.
 
Il termine ”biodiversità culturale” al di là di una certa freddezza scientifica, indica però l’identità come patrimonio inalienabile e come antidoto contro la nevrosi dell’uomo contemporaneo. Chi è legato ad usi, costumi e tradizioni; a concepire la propria vita non come accumulo di giorni tutti uguali, scanditi dagli orari in ufficio e da vacanze imposte e piatte, ma come possibilità giornaliera di sentirsi parte dei ritmi della natura, potrà raggiungere un livello di qualità della vita e di serenità in grado da fargli comprendere i suoi doveri e i suoi diritti di essere umano e di membro di una grande comunità.
 
Solo chi ha cultura, chi possiede l’orgoglio e la sicurezza della propria tradizione e della propria identità, può realizzare l’integrazione Europea; solo chi è insicuro diventa aggressivo.
 
Ecco la sfida della nuova Europa: integrare culture tanto diverse senza schiacciarle, e attribuendo a ciascuna cultura il suo diritto di esistere ed essere celebrato.
 
Dott. Paolo Sabbatini
Direttore Istituto Italiano di Cultura a Shanghai
 
Speech to be delivered as a Key-note speaker on March 27th, 2008
At the 2nd International Seminar of Zhejiang University, Hangzhou (China) on “Youth and the Media”

Elenco traduzioni

Inglese
IIC Shanghai vai alla traduzione Non revisionata ANCORA NON REVISIONATO
Cinese
IIC Shanghai vai alla traduzione Non revisionata ANCORA NON REVISIONATO

Commenti

  • iicshanghai - 09 giugno 2010 - Questo intervento e molti altri, li trovate nel nostro blog ufficiale (http://iicshanghai.blogspot.com/) o nel nostro Gruppo Facebook: Italian Culture Office Shanghai - Istituto Italiano di Cultura Shanghai.

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  • Martin - 13 giugno 2011 - Dott. Sabbatini, Sto preparando la mia tesi sui diritti culturali delle maggioranze confrontati a quelli delle minoranze. Perciò, ho letto con un maggior interesse il suo articolo. Per caso, avrebbe lei la referenza esatta per il commento di René Guenon? Martin Aquilina, avvocato canadese e candidato per il LL.M della Rijksuniversiteit, Groningen, Olanda.

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