Sono nato a Sciangai e non ho mai avuto tempo di lasciare il centro cittadino, a parte da adole-scente, quando lavorai per poco più di un anno in periferia, e durante la mezza età, quando abitai per due o tre anni, per periodi di varia durata, all’estero.
Sono nato nella strada commerciale piu elegante della città, Via Huaihai, in un ospedale nelle vicinanze, e sono cresciuto lì vicino, nella concessione francese di un tempo, la zona residenziale più tranquilla di Sciangai; dopo il diploma di scuola media sono entrato in una fabbrica di via Pe-chino e per cinque anni,quasi ogni mese, sono andato a lavorare per mezza giornata in una fab-brica cooperativa di Yangshupu, nei cui paraggi c’è da moltissimi anni una prigione e vi si ad-densano fabbriche e fabbrichette di tutti i tipi; più tardi ho studiato e insegnato all’università, tra-sferendomi in riva del fiume Suzhou – abito lì ancora oggi, in un’altra zona ad alta concentra-zione industriale della vecchia Sciangai; per accompagnare mia figlia al liceo di Zhangjiang, a Pudong, per tre anni quasi ogni settimana ho percorso via Longyang, facendo la spola fra i pa-lazzoni dei nuovi condomini allineati a spazzola; ancora più tardi, quando lei è andata all’ università, sono diventati familiari anche a me gli edifici di altezza diseguale lungo le strade pol-verose della zona; cinque anni fa, ho ricevuto un incarico anche da un’altra università, oltre all’alma mater, che si trova nel borgo di Dachang, a nord del centro cittadino, e così mi sono abituato rapidamente alla vista dei portoni dei magazzini di trasporto materiali nelle vicinanze delle case e al fracasso degli enormi tir che vi entrano ed escono; tre anni fa, ho trovato un vec-chio appartamento di un vano e mezzo a Chongming, dove vado a leggere appena ho un po’ di tempo, ho finito con mio stupore per conoscere a menadito, perfino nell’unico distretto agricolo rimasto a Sciangai, larghe strade nuove, fra le casupole sfondate di mattoni, le fattorie di un tem-po, abbandonate in mezzo alle risaie...
Con questa tiritera vorrei dire che sono pieno di ricordi delle vie sciangaiesi grandi e piccole, sia del centro sia della periferia e che dunque, a differenza dei forestieri che esclamano “Oh, quanti palazzoni!” , da un lato ho la forte percezione dei nuovi panorami in ogni parte della città, ma dall’altro anche il frequente ricordo di com’erano un tempo. E sono proprio questi ricordi te-naci che mi inducono sempre a pensare, in questi ultimi quindici anni, quanti spazi a Sciangai sono stati ridotti, trasformati, se non addirittura totalmente aboliti! E soppiantati da che tipo di spazi nuovi?
I
La prima contrazione di grande estensione dello spazio è stata quella dello spazio industriale. Se torniamo a vent’anni fa, qualunque radioannunciatore di treno passeggeri che entrasse a Sciangai avrebbe presentato così Sciangai dall’altoparlante del vagone: “La più grande città in-dustriale cinese...” Nel 1959, lo scrittore afroamericano Dubois visitò Sciangai e venne condotto sul terrazzo della Shanghai Mansion, all’imboccatura del fiume Suzhou, all’epoca uno degli edi-fici più alti di Sciangai, perché avesse una panoramica sulla nuova metropoli socialista irta di ciminiere. In effetti, come manifestazione spaziale principale della “nuova metropoli”, nei tren-t’anni che seguirono il 1950, oltre agli edifici industriali preesistenti, a Sciangai furono costruite ex novo un gran numero di fabbriche, magazzini e moli. Essi si raggrupparono non solo in peri-feria, per esempio a Minhang, molti di più si distribuirono direttamente in centro, finendo per affollarsi perfino nei vicoli. La fabbrica dove lavoravo allora io era appunto ospitata in fondo a un lungo vicolo e tutt’intorno, ovvero nella zona all’incrocio di via Jiangning e via Pechino, fatti pochi passi si trovavano fabbriche, magazzini, oppure negozi di attrezzi e macchinari, in un gran puzzo di olio di macchina e limatura metallica.
A metà degli anni Ottanta, mi trasferii vicino al fiume Suzhou, nel quartiere di Putuo, e lì per lì me ne pentii, perché, a detta dei vicini, tutt’intorno c’erano grosse fabbriche, in particolare due grandi complessi chimici, che rendevano la zona “ad alta incidenza di tumore ai polmoni”. Naturalmente, quando parlo di edifici industriali, non intendo certo solo i capannoni industriali, ne facevano parte anche i nuovi quartieri operai costruiti nelle aree ad alta densità di fabbriche, anche loro ne erano una parte. Si trattò di abitazioni destinate in particolare alla popolazione in-dustriale – all’inizio addirittura soltanto alla sua elite - , la vita nelle quali era spesso una prose-cuzione della vita di fabbrica; i vicini della stessa scala erano spesso colleghi che varcavano lo stesso portone in fabbrica. Fu proprio il gran numero di questi edifici industriali, immensi e frammisti di vecchio e nuovo, insieme con la vita regolamentata minuto per minuto che vi si con-duceva, a costituire a Sciangai gli spazi industriali socialisti. Inutile dire che furono questi gli spazi che si ampliarono più velocemente nel centro cittadino, nei quarant’anni che seguirono il 1949.
Tuttavia, nei quindici anni di “ristrutturazione urbana”, di questi spazi non resta ormai che un decimo. All’interno delle vie sopraelevate dell’anello interno, le fabbriche preesistenti – per non parlare dei magazzini, sono state quasi tutte chiuse oppure dislocate altrove. La fabbrica dove lavoravo io come operaio ha tolto l’insegna nel 1997, lasciando gli operai senza turni da fare. I residenti del nuovo quartiere di Caoyang hanno smesso con le targhette già da un bel pezzo e praticamente più nessuno si ricorda della precedente qualifica di “operaio” del quartiere. Le fab-briche più grandi, costruite attorno alla città, hanno in maggioranza sprangato il portone e sono silenziose come cimiteri. Le ciminiere, fitte o rade, vicino a dove abito io hanno smesso tutte di fumare e il cielo è tornato pulito. Un tempo c’era un autobus che faceva un giro apposta per gli operai delle fabbriche delle vicinanze, in particolare nelle vie dietro a casa mia, che oggigiorno ha ovviamente cancellato le corse.
Camminando per le strade deserte, ho scoperto la vecchia sede di una fabbrica di rotaie per macchinari, completamente smantellata, coperta inaspettatamente di un sottile strato di cemento e trasformata in parcheggio. Alcuni studenti medi si sono lasciati scappare che i terreni se li è accaparrati Zhou Zhengyi, meglio conosciuto col nome di “uomo più ricco di Sciangai”, e che, scoperti gli altarini, gli ha cambiato aspetto.
Sull’isola di Chongming, a una distanza di cinque minuti a piedi dal mio piccolo cottage, le tre fabbriche preesistenti, di dimensioni non esigue, oggi tacciono, i rampicanti hanno coperto i muri dei capannoni e sui vetri in cocci dei finestroni si stendono le ragnatele. A Pudong, dentro Scian-gai, così come a Kunshan più a nord, a Suzhou e altrove, si aprono velocemente parchi industria-li all’americana, grandi e piccoli, mentre nello stesso tempo gli spazi industriali “socialisti” den-tro e fuori l’area urbana di Sciangai declinano con altrettanta rapidità.
Un’altra evidente contrazione dello spazio è stata quella degli spazi politici pubblici. In epoca contemporanea, agli inizi, una delle maggiori richieste rivolte agli spazi urbani fu quella di favo-rire lo svolgimento dei grandi raduni e delle manifestazioni politiche. Così, nell’edilizia urbana costruita ex novo a Sciangai negli anni 1950-60, a parte gli edifici industriali, spiccano le piazze e una serie di grandi sale di riunione: Piazza del Popolo, il Palazzodell’Amicizia Sinosovietica, Piazza delle Culture ecc. Non solo, dentro gli enti governativi ai vari livelli e nelle fabbriche, in un modo o nell’altro – dalla ristrutturazione dei teatri a nuove aule magne costruite apposta, si formarono innumerevoli luoghi di raduno politico grandi e piccoli. Cortei di massa di centinaia di migliaia di persone attraversavano regolarmente Piazza del Popolo e presentavano gli omaggi alle autorità nella tribuna d’onore. Le masse si radunavano con grande frequenza in aule magne e sale grandi e piccole e, seguendo le varie direttive emanate dal palco delle autorità, urlavano slo-gan sdegnati o manifestavano incontenibile gioia.
Tuttavia, qualche volta ci si poteva riunire in un’atmosfera confusa o addirittura nettamente contraria ai detentori del potere. All’inizio della Rivoluzione Culturale, furono i “ribelli” a “te-nere per il collo” in Piazza delle Culture il sindaco e il segretario di Partito di Sciangai; alla fine della Rivoluzione Culturale, fu il “comitato rivoluzionario” di Sciangai – denominazione uffi-ciale del governo municipale al tempo della Rivoluzione Culturale, a ordinare ai reparti della milizia armata di manifestare in Piazza del Popolo contro il nuovo governo centrale.
Oggigiorno, tutto ciò si è dileguato come nebbia al sole: non solo è un ricordo sempre più sbia-dito nel popolo, ma non ne è rimasta traccia neanche negli spazi urbani edificati. Il Palazzo dell’ Amicizia Sinosovietica è stato da tempo ribattezzato Palazzo delle Esposizioni di Sciangai e vi si succedono l’una dopo l’altra mostre mercato immobiliari in competizione fra loro. Piazza del Po-polo è stata più volte segmentata e in gran parte edificata – dagli imponenti Gran Teatro e Museo alle aree commerciali e ai parcheggi sotterranei – recintata e occupata, non ne è rimasto che uno stretto passaggio per i veicoli, che di piazza ha solo il nome. Piazza delle Culture invece dap-prima è stata trasformata in un immenso mercato dei fiori e poi smembrata fino a lasciarne solo un angoletto, per fare spazio alla nuova Piazza della Musica.
In seguito alla progressiva espulsione dei raduni di massa dalla vita degli sciangaiesi, la grande maggioranza delle aule magne e delle sale di riunione sono state logicamente adibite ad altri usi. Naturalmente esistono altri grandi raduni: concerti, gare di recitazione... la gente vi ci si butta, come ebbra, ma senza più alcun rapporto con la politica pubblica, si potrebbe addirittura dire che gli acuti dei patiti del canto negli stadi sono il presagio della grande contrazione degli spazi poli-tici pubblici – dall’edilizia all’anima.
II
Negli ultimi quindici anni, quali spazi sono emersi, ovvero si sono rapidamente dilatati?
Sulle prime ho pensato che fossero le grandi strade di scorrimento: in superificie, sotterranee, aeree... coi loro viadotti che si intersecano, ti danno per forza un’impressione sbagliata, che la città si sia ridotta a un groviglio di serpenti boa. In secondo luogo gli spazi commerciali.
Poi gli spazi commerciali. In molti posti dove in origine non c’erano negozi, come dentro e fuori i campus universitari, le sale d’attesa dei treni, degli aeroplani e delle navi, addirittura alcuni edifici abitativi, per non parlare delle stazioni della metropolitana, sono adesso dotati di vetrine di ogni genere, dove sono esposte merci grandi e piccole. Nel centro cittadino, i centri commerciali si presentano a ranghi serrati; nelle aree limitrofe si sono istallati fittamente gli ipermercati. In seguito al ripresentarsi nell’uso di un neologismo degli inizi del XX secolo, “palazzo di uffici” (xiezilou) sono sorti in gran numero edifici di servizi di vario valore. Alberghi di lusso “a cinque stelle” o “ cinque stelle di platino”, alberghi “economici” come i motel e gli ostelli, alberghi di tutte le qualifiche si sviluppano incessantemente, rendendo l’ “indice di permanenza alberghiera” un parametro consueto nella valutazione dell’economia urbana da parte dei media.
L’ingentissima espansione delle aree da un lato e la loro sempre maggiore unificazione dei mo-delli architettonici dall’altro: i centri commerciali si definiscono di regola “piazze” e ospitano piano nei loro piani svariate decine di catene di negozi specializzati; i supermercati invece appartengono a una catena sola e danno luogo a labirinti di vendita di varie dimensioni fittamente scaffalati; nei palazzi di uffici, le porte di vetro monocrome e le pareti divisorie di plastica creano angusti spazi separati a nido d’ape, che danno a chi ci si stringe l’impressione di essere un’ape operaia; alberghi e ristoranti sono anch’essi sempre più catene, con un arredamento che tende a unificarsi, al punto che i clienti spesso si dimenticano: “Dov’è che sono stato l’ultima volta?”.
Questo sempre più brusco dilatarsi degli spazi commerciali si manifesta con evidenza in una tendenza generale nel mutamento degli spazi nella Sciangai di oggigiorno: nella cancellazione il più rapida possibile di tutte le caratteristiche ereditate dal passato e nella fantasia di abbigliarsi delle vesti paradigmatiche di “metropoli internazionale”.
Terzo, gli spazi amministrativi degli organismi di Stato, la cui espansione è particolarissima, dato che non si esplica soprattutto nell’espansione degli spazi occupati – anche se questo è un aspetto constatabile – ma nell’adeguamento a parametri di lusso dei modelli architettonici. Poco dopo l’ingresso negli anni Novanta, prima le banche e poi gli enti ai vari livelli, dagli uffici delle tasse alle poste e telegrafi, dai giornali alle emittenti radiotelevisive, dai tribunali ai commissariati di polizia, per finire con i governi municipali, zonali e giù giù fino ai livelli gerarchici più bassi, si sono costruiti ora gli uni ora gli altri uffici di lusso: atrio rivestito di marmo, sistema centralizzato di aria condizionata, parquet lucido, ufficio dell’ “amministratore delegato” con il bagno privato ecc. ... In seguito al costante mutamento di senso dell’espressione “lavorare in ufficio”, anche gli altri spazi amministrativi pubblici fuori degli uffici si sono parallelamente dilatati: mense, caffè, ristoranti che accettano ordinazioni, centri di formazione e vacanze... alcuni si istallano all’interno dei palazzi di uffici, ma la maggioranza sorge nei sobborghi o fuori. Uno di questi alberghi sorge per l’appunto sull’appartata isola di Chongming, poco frequentato, fra il canto degli uccelli e il profumo dei fiori, ma non è molto attivo; se è imminente l’arrivo di un “compagno dirigente”, subito chiude e si libera degli ospiti; il confine fra spazi commerciali di lusso e spazi amministrativi si va sempre più oscurando.
***
Tuttavia, ad espandersi più velocemente e su scala più grande restano gli spazi abitativi. A guardare Sciangai dall’alto, dall’aeroplano, ci si accorge che assomiglia a una distesa sconfinata di mattoni cotti al sole, a file fittissime di palazzi residenziali simili a mattoni crudi poggiati verticalmente. Negli ultimi quindici anni, l’ambito di tale distesa si è più che raddoppiata. Alla fine degli anni Settanta, quando studiavo all’università, via Jinshajiang era ancora un modello di stretta strada di periferia, sotto agli alberi allineati ai lati si imbiancavano i muri a calcina, abbacinanti ai raggi del sole, e non lontano, dietro gli alberi, c’erano ancora gli orti. Adesso invece, dopo una serie di ampliamenti e prolungamenti, la strada è congestionata, rumorosa e inquinata, ai lati si affollano i palazzoni, e se la percorri in macchina verso ovest per un’ora, probabilmente ancora non esci dalla zona residenziale. A Sciangai, non c’è forse dappertutto uno “sviluppo” esplosivo di questo tipo di edilizia residenziale in tante zone simili a via Jinshajiang?
L’espansione degli spazi abitativi della città non è però affatto solo quella che si vede dall’ae-roplano, un brusco aumento nel numero delle abitazioni, un ampliamento dell’area urbana. Consiste ancor di più nella creazione di una nuova forma spaziale, una forma spaziale integrata incentrata sulle abitazioni. Negli ultimi quindici anni, questa forma spaziale non ha mai smesso di erodere e trasformare gli altri spazi preesistenti, in uno slancio che finirà per coprire tutta Sciangai o almeno una gran parte del territorio.
Che significa spazio integrato incentrato sulle abitazioni? Lo si capisce a prima vista se si va dal centro urbano verso sudovest, verso nord o verso Pudong, quando si arriva alle nuove grandi aree residenziali: la pianificazione di tutta la zona è totalmente incentrata sulle abitazioni, le altre istanze, stazioni della metro, fermate degli autobus, supermercati, scuole, trattorie, ambulatori... sono al seguito delle abitazioni: non hanno scelte proprie, ma si appollaiano ubbidienti ovunque le aree residenziali fanno loro un po’ di posto; se si vuole mettere una fermata dell’autobus qui, non si guarda a dove stanno le altre negli altri posti, non serve la mappa dei trasporti pubblici urbani, basta un’occhiata al progetto edilizio, la metti dove c’è posto, altrimenti, al macero!
Naturalmente, i nuovi spazi integrati non si estendono affatto soltanto ai margini dell’area urbana, essi continuano a espandersi anche nel centro cittadino. O si demoliscono a tratto a tratto le vecchie case, come nel caso dell’edilizia delle nuove aree di Pudong, dove non si è guardato in faccia a nessuno; o cogliendo al balzo le occasioni, si costruiscono prima di tutto un paio di condomini di lusso e poi si cambia l’ambiente circostante, una casa dopo l’altra; si delocalizzano le fabbriche, si chiudono i magazzini, si espellono le librerie, si ristrutturano i negozi... i bar e gli alberghi crescono come funghi, evitando accuratamente tutto quanto non abbia attinenza con lo svago; i mezzi pubbli-ci fanno troppo chiasso? basta spostare le fermate... Da quindici anni a questa parte, molte vie del centro cittadino sono diventate sempre più pulite, sempre più di “svago”, e i bar originali, gli squisiti punti vendita esclusivi vi riempiono gli occhi; perfino i fiori dei fiorai sembrano più freschi e vari di quelli degli altri posti. Sono frequentati da gente diversa, i poveri sono sempre di meno, i ricchi sempre di più, i Cinesi sempre di meno, gli stranieri sempre più numerosi. I nuovi i condomini del centro cittadino sono sempre più belli, i prezzi sempre più spaventosi; contemporaneamente, anche le vie circostanti cambiano aspetto, non sono più spiazzi ove confluiscono i rumori del traffico, ma assomigliano vieppiù ad angoli di svago, tranquilli, “miti”, dotati di tutto, simili alle aree residenziali di lusso.
Come il girino diventa rana, lo “sviluppo” fino a questo stadio degli spazi abitativi ha ormai evi-dentemente modificato il senso stesso dell’espressione: non si tratta più ormai soltanto di spazi “abitativi”, vi si accozzano molti altri spazi, che non riguardano ormai più soltanto l’ “abitare” degli Sciangaiesi, ma contemporaneamente anche il nostro alimentarci, spostarci, curarci, istruirci...quasi tutta la nostra vita urbana. Essi dunque non influiscono più soltanto sulla residenza degli Sciangaiesi, sono al tempo stesso spazi che influiscono su tutto il complesso della vita urbana. Solitamente si tratta di un influsso diretto: è il motivo per cui la tale linea di metropolitana leggera deve passare di qui, per cui il tale ipermercato è collocato lì, per cui il tale palazzo di uffici è tanto alto, per cui la tale università ha traslocato in periferia... Alle spalle di quasi tutte le ristrutturazioni importanti degli spazi, si può scorgere l’influsso profondo della forma spaziale integrata incentrata sulle abitazioni.
Naturalmente, questo nuovo spazio inegrato è ancora lungi dall’aver coperto tutta la città, ha appena una quindicina d’anni di storia: ha sì immense potenzialità, ma non ha ancora avuto il tempo di dispiegarle. Bisogna dire però che questa trasformazione residenziale della città è già molto evidente e lo spazio integrato incentrato sulle abitazioni diventa sempre più una delle forme di spazio principali della nuova Sciangai. Inutile dire che i creatori diretti di tali spazi – i valorizzatori immobiliari – sono logicamente ansiosi di tentare, assumendo appieno il ruolo di primi progettisti dei nuovi spazi urbani.
[13] Si prenda a esempio il Parco Sun Yat-sen. Pur essendo la più antica area di verde pubblico di Sciangai, fino a metà degli anni Ottanta vi sorgeva unicamente un supermercato piuttosto piccolo e anche la diffusione dei punti vendita al minuto era alquanto lenta. Negli ultimi dieci anni invece, in seguito all’apertura della stazione Sun Yat
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iicshanghai - 07 settembre 2010 - Questo intervento e molti altri, li trovate nel nostro blog ufficiale (http://iicshanghai.blogspot.com/) o nel nostro Gruppo Facebook: Italian Culture Office Shanghai - Istituto Italiano di Cultura Shanghai.
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